martedì 3 settembre 2013

Politica: il voto di scambio e la maledizione di Lurco



“Siamo nani sulle spalle dei giganti”. Dagli antichi possiamo solo imparare. E sulle loro spalle, dunque servendoci della loro esperienza, possiamo guardare molto lontano, davanti a noi. Era quello che pensava un tizio alle soglie dell’illuminismo. Si chiamava Fontenelle era un francese, filosofo con la vena poetica, mica per niente era nipote di Pierre Corneille. Insomma un figlio d’arte. Quello che in versione dispregiativa chiameremmo oggi “figlio di papà” o più semplicemente “raccomandato”, che detto così diventa un poco di buono. Sembra una bazzecola. E invece la differenza è sostanziale. Sta tutta nell’importanza che la cultura e le arti hanno avuto per i potenti nel corso dei secoli.

L’epoca augustea - alla quale non ci si crede ma noi pontini abbiamo contribuito più di quanto immaginiamo - ha brillato di luce anche grazie alle arti. Augusto - contemporaneo di Cristo che c’entra se non per dare un’idea dell’epoca storica - aveva capito che se poeti, filosofi, letterati, avessero parlato bene di lui il suo potere ne avrebbe solo goduto. Stessa lungimiranza l’ebbe il suo successore Tiberio. Figlio d’arte pure lui (e di una fondana di successo). Fate un po’ voi.
Da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (per gli amici Augusto) a Silvio (per gli amici Berluska) il passo è lungo. E nell’ampia falcata forse qualcosa l’abbiamo perso. Ché i figli d’arte son diventati figli di papà. Senza star qui a fare esempi che mi par poco garbato, sono certa che l’intuito del lettore risponderà illuminandolo con immagini esemplari. Fermo restando che il concetto si allarga ben oltre i confini del parentado.
E così che l’arte e il governo oggi sono agli antipodi. Eppure a imparar l’arte di governare si avrebbe un sicuro successo.
Per fortuna l’erba non è tutta in un fascio ma la tendenza c’è nella quantità sufficiente a preoccupare.


L’abitudine a non mantenere le promesse elettorali nasce a causa di un fondano. Un magistrato che a Roma fece promulgare una legge che aveva ottime intenzioni ma che si rivelò nostro malgrado difettosa, poiché imprigionò gli elettori nei secoli a venire in un tristissimo tranello che pare più una maledizione giacché è eterno.

Marco Alfidio Lurcone in un bel giorno di primavera decise far scorazzare nel suo giardino a Fondi alcuni esemplari di pavone. Non fu per diletto. Ma per lucida lungimiranza. Il suo diventò il primo allevamento della specie in tutto l’impero. E dato che quell’uccello esotico all’epoca pare che andasse di moda nella pavoneggiante nobiltà, Lurco diede modo alle genti della sua terra di trarre giovamento da un fiorente interesse commerciale proprio grazie ai suoi pavoni. Dai pavoni alla frutta, oggi poco cambia. I fondani hanno talento per il commercio. Meno per la magistratura. Ma pure in politica non scherzano. Lurco (nonno tra l’altro della prima imperatrice romana Livia, moglie dell’imperatore Augusto, mica cotica) promulgò la Lex Alfidia de ambitu in qualità di tribuno della plebe. In sostanza questa legge stabiliva che i candidati non potessero dare soldi agli elettori in cambio del loro voto. Pena la multa di tremila sesterzi (circa seimila euro). Che se c’è la necessità di fare una legge del genere già vuol dire che il voto di scambio era bell’e radicato. Per non parlare dei luculliani o ancor pantagruelici pranzi ché quando c’è la fame il voto non si nega a nessuno ora, figuriamoci quando si stava peggio. Un male primordiale, incurabile.
Ma quella legge era maledetta. Se il politico prometteva di dar soldi all’elettore dopo la sua elezione e poi non lo faceva era, sentite qua, esonerato dalla multa.
Va da sé che l’abitudine a far grandi promesse da burattino in campagna elettorale divenne prassi. A danno solo dei poveri elettori. Che però santo cielo aprissero gli occhi una volta.


Ecco questo tanto per farsi un’idea di quanto, nel bene e nel male, siamo vicini, oggi, a chi al governo ci è salito più di duemila anni fa.

sabato 25 maggio 2013

Storia di una giornalista intervistata e di un camaleonte vanitoso


«Per fare questo mestiere ci vuole un pizzico di vanità». 
Lo diceva Lidano, il direttore della testata dove ho imparato a fare giornalismo

Ogni giorno avevo le palpitazioni, l'ossessione del foglio bianco, le mie pagine da riempire. E questo mi faceva sentire terribilmente viva. Quando vedevo il mio lavoro, il giorno seguente, pubblicato, impaginato e firmato da me la soddisfazione era al culmine. E si ricominciava.

Ho imparato a non tremare davanti alla telecamera e a fare della sana autoironia anche in tv. 
Il piacere di realizzare qualcosa di esclusivamente mio e bello proprio per questo, con tutti i difetti che umanamente si hanno, era senza paragoni.

Dunque un po' vanitosa la sono, non lo nascondo. E credo sia un pregio che mi permette di muovermi con sicurezza dietro al teleschermo, avere il coraggio di firmare il mio lavoro e, per l'appunto, metterci letteralmente la faccia.

È per questo che oggi sono fiera di condividere l'articolo a tutta pagina di una collega e amica, Maria Corsetti, a cui molto devo della mia formazione televisiva, per il lancio del mio ebook: "Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo" edito da AbelBooks.

La pagina è tratta dal periodico "Latina per strada". Buona lettura.



sabato 18 maggio 2013

Spot ultramilionari e call center inefficaci: il paradosso delle grandi aziende di telecomunicazione



Quanto è efficace una campagna pubblicitaria se la strategia di comunicazione non contempla investimenti nelle relazioni umane?

Prendiamo le grandi aziende di telecomunicazione italiane. Le maggiori investono capitali enormi in spot pubblicitari e vari canali mediatici a supporto di queste. 
È incredibile lo sforzo finanziario che impiegano per sfoggiare il miglior testimonial, musiche e slogan martellanti. Quel che succede è che vengono raggiunti un gran numero di potenziali utenti i quali imparano a conoscere e riconoscere quel marchio ovunque.

La storia pubblicitaria di Telecom è davvero affascinante. Da ieri ad oggi le sue campagne pubblicitarie hanno emozionato cogliendo il senso più profondo di "comunicare". 
Alcuni esempi: 

"Le emozioni non cambiano. Il modo di comunicarle sì" (2011).



e il più recente "Comunicare, connettersi, vivere" (2013) dove il colosso della telefonia fa scomodare addirittura il buon Martin Luther King.



Il concorrente Vodafone non è da meno. Con i suoi spot spumeggianti di testimonials dai cachet da capogiro è uno dei marchi più imponenti sul panorama mediatico.


Questo uno degli spot andati in onda per il Natale 2006 con Totti e Gattuso.



E come può sfuggire l'onnipresente pinguino che ruba la voce ad Elio per insinuarsi senza pietà nei padiglioni auricolari di tutti?


Senza scomodare gli altri operatori che pure non lesinano sugli investimenti pubblicitari il pubblico ha un'idea di quale sia la presenza costante della comunicazione istituzionale di ciascuno di essi.

Tuttavia basta una telefonata al call center dell'operatore al quale si è interessati e il mondo di cui hanno cercato di farci innamorare attraverso le campagne pubblicitarie milionarie crolla davanti alle nostre orecchie. Paradosso.

L'esperienza più recente che ho avuto mi ha letteralmente traumatizzata. Posso ipotizzare che a fine giornata la signorina che ha preso la mia telefonata fosse stanca e magari frustrata da una vita e uno stipendio poco soddisfacenti. E probabilmente è così. Lungi dal voler giustificare o analizzare i problemi dell'operatrice piuttosto mi chiedo per quale motivo queste grandi aziende non investano nella qualità delle relazioni con gli utenti, che sono la loro fonte di guadagno.

È probabile che in un call center gli operatori siano formati per vendere: essenziale. Tuttavia è abbastanza chiaro che non siano formati per comunicare. Il che significa che dovrebbero saper vendere senza saper comunicare. Cosa che non solo trovo grave specie da parte di un'azienda che vende comunicazione ma soprattutto incredibile perché è a grande svantaggio della stessa azienda.

Come ho più volte sottolineato nei miei articoli e ribadisco nel mio breviario "Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo" (AbelBooks) per ottenere successo da una strategia di comunicazione e riceverne benefici è fondamentale conquistarsi la fiducia dei propri clienti o potenziali tali. Per arrivare a ciò bisogna tenere presente il principio di verità. Che in questo caso significa: comunicare valori che l'azienda per prima deve applicare. Altrimenti il mondo costruito negli spot ultramilionari crolla nello stesso istante in cui l'utente entra in contatto con l'operatore. Formato, come abbiamo detto, per vendere e non per comunicare con le persone. Che è la sua principale attività.

Recentemente tutti i call center hanno inserito una modalità di controllo degli operatori, una sorta grande fratello della telefonia per cui tutte le chiamate vengono monitorate e registrate per poi essere analizzate a campione. A volte capita anche che l'utente venga ricontattato dall'azienda che lo interroga sulla trattativa avuta con l'operatore.
Una strategia del terrorismo che alimenta la frustrazione degli operatori e non insegna loro ad adottare le strategie più efficaci per ottenere l'attenzione dell'utente, ascoltare i suoi bisogni e soddisfarlo non solo attraverso corrette informazioni ma anche con un corretto atteggiamento relazionale che genera fiducia, affidabilità, fidelizzazione e stima anche laddove può esserci un problema difficile da risolvere.

Se le compagnie telefoniche investissero in una formazione sulla comunicazione interpersonale nei call center e in tutti i punti di contatto con i clienti ne ricaverebbero certamente ottimi risultati nelle vendite. 
Comunicare, connettersi, vivere, no?









martedì 14 maggio 2013

Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo




Vi presento la mia creatura: un piccolo manuale ad uso di tutti, per poter imparare a comunicare la propria immagine e quella della propria attività.


Lo scopo di questo manuale è quello di fornire al lettore gli strumenti basilari per costruirsi autonomamente un’immagine di successo, applicando la struttura delle strategie di comunicazione pubblicitaria alle esigenze di liberi professionisti, freelance, politici. Insomma di chiunque voglia promuoversi da sé. 
Non si sentano esclusi i creativi. Anzi. Questa guida sarà molto più utile alle menti che brulicano di idee. Fornisce infatti le basi strutturali per poter permettere alla creatività di esprimersi al meglio. Poiché anche le idee più grandiose, se non seguono un tragitto preciso, finiscono in una nuvola di fumo. E non mette al bando gli altri. Semplicemente perché tutti, nessuno escluso, abbiamo un potenziale creativo.
Un passo alla volta potrete sperimentare su voi stessi la strategia che più si addice al vostro progetto professionale.


Questo il link per scaricarlo. Consigli efficaci ad un prezzo piccolissimo: meno di 5 euro!

http://www.ultimabooks.it/come-costruirsi-una-strategia-di-successo#descrizione

lunedì 6 maggio 2013

Antonio Mattia e il finto nudo della Boldrini. Un caso politico? Una lacuna legislativa da colmare?

Antonio Mattia
«La mia idea è quella di riunificare la destra sociale, di ridare vita ad un partito che si collochi a destra del Pdl». Antonio Mattia, il giornalista indagato per la condivisione sui social network della finta foto nuda del Presidente della Camera Boldrini, non ha mai nascosto le sue idee politiche. Anzi, poco tempo fa ha iniziato ad immaginare la rifondazione di un partito di estrema destra, magari con Francesco Storace.
C'è un nesso? Vediamo di capirci qualcosa.

«Domenica - racconta il giornalista napoletano residente a Fondi - ero con dei colleghi e abbiamo deciso di fare un test su Facebook. Volevamo capire quanto gli italiani siano morbosi. Quale sarebbe stato l'effetto, cioè, che avrebbe suscitato la foto del nudo (che tutti sapevano essere un fake, tra l'altro) della Boldrini rispetto ad una, che so, di David Rossi, il responsabile comunicazione del MPS morto suicida. Ebbene le abbiamo condivise entrambe. Il risultato? Nel giro di otto ore la prima è stata condivisa 2376 volte e ha generato 116 richieste di amicizia. La seconda zero condivisioni e 3 "like"». 
Una parte della foto incriminata
C'è da dire inoltre che la foto incriminata era già presente sul web e su Facebook. «L'avevo condivisa da un altro utente» spiega.

Perché indagare chi condivide il post e non risalire a chi lo ha generato? Perché, se si segue questo criterio, non indagare almeno le altre 2376 persone che hanno fatto lo stesso?
Secondo "Repubblica" e "La Stampa" Antonio Mattia sarebbe indagato per aver travalicato «i limiti della corretta informazione, oltrepassando il legittimo diritto di cronaca e di critica giornalistica» malgrado Facebook non sia una testata giornalistica e la condivisione di un post, fortunatamente per l'ordine professionale, sia ben lontana dalla redazione di un articolo.

Ci sono tutti gli estremi, insomma, per suscitare la curiosità di chi fa questo mestiere e si pone continuamente delle domande.
Una risposta possibile, nulla più che un'ipotesi lui ce l'ha. «È possibile che qualcuno abbia deciso di monitorare le attività "filo-fasciste" sul web e di remprimerle» sostiene.
E se si trattasse davvero di una strategia repressiva, sarebbe davvero efficace? Con questo esempio dopotutto il nome di Antonio Mattia è balzato alle cronache nazionali, ha invaso tele, radiogiornali, blog e testate.
Inoltre: siamo davanti ad una questione normativa che ha bisogno di essere affrontata. 
I nuovi mezzi di comunicazione danno la possibilità a chiunque di pubblicare opinioni, contenuti e notizie, non solo ai professionisti del giornalismo. 
È necessaria una riforma della legge sul diritto di cronaca? È necessario legiferare in merito a quanto viene pubblicato sulle reti sociali e sul web? 
Non esiste alcuna regolamentazione nazionale in merito ai contenuti condivisi sulla rete. 
Il reato di diffamazione è dunque imputabile a chiunque usi i social network o solo ai giornalisti? 
È indispensabile a questo punto costruire delle risposte.






lunedì 15 aprile 2013

Politica, le relazioni nel partito: arma a doppio taglio per la comunicazione elettorale.

La comunicazione politica italiana andrebbe affrontata su due livelli.
Il primo riguarda la sfera pubblica. Ed è quello su cui tutti i consulenti in comunicazione generalmente sono concentrati. Gli addetti stampa, i portavoce sono lì per consigliare come dire cosa e a chi. Per lo più attraverso i mezzi di comunicazione più comuni. 
Il secondo livello è solitamente poco considerato dai professionisti della comunicazione. 
Riguarda infatti la gestione delle relazioni e della comunicazione interpersonale all'interno della sfera politica o istituzionale. 
È certamente capitato a molti di doversi confrontare con scelte di comunicazione pubblica condizionate, per dirne una, da "quel che può pensare il collega dello stesso partito" e le conseguenze che ne potrebbero derivare. Questione di equilibrio tra le relazioni che è necessario evidentemente mantenere. 
Non v'è dubbio che sia importante conservare la fiducia di entrambi gli interlocutori (l'elettore e il collega): il primo perché è colui da cui dipende l'acclamazione pubblica e, dunque, il voto; l'altro per il successo del gruppo politico di appartenenza e della propria carriera.
La soluzione più agevole sta nel saper gestire entrambe le attività di comunicazione nella più assoluta franchezza. Cosa non facile per il politico italiano, ma certamente fruttuosa per il proprio interesse, quello del proprio partito e del progetto politico condiviso.
Gestire le relazioni interne, adottare una strategia di comunicazione fondata su ascolto, trasparenza e fiducia sostiene la condivisione degli obiettivi ed i messaggi trasmessi al pubblico diventano inevitabilmente più incisivi, coinvolgenti ed efficaci. Il gruppo, sentendosi coinvolto, funge da cassa di risonanza. È opportuno però che ogni caso venga affrontato singolarmente, con l'affiancamento di consulenti specializzati anche sui meccanismi relazionali. 
È noto tra l'altro che nel nostro Paese le relazioni all'interno di uno stesso partito di fatto oggi sono tutt'altro costruttive. Entrano in gioco rivalità, interessi personali e competizione. 
Ma laddove le relazioni umane trasparenti prendono il posto di sotterfugi e stratagemmi improvvisati per sostenere solo il proprio personale tornaconto i risultati possono essere strabilianti. L'immagine del partito e quella di ciascun rappresentante ne guadagnerebbe nei confronti del pubblico e dunque dell'elettorato. 
Infine, anche il nostro consulente in comunicazione avrebbe una qualità di vita decisamente migliore.




venerdì 5 aprile 2013

Staminali e Sofia. La scienza contro la mobilitazione mediatica. Un problema di comunicazione?




Il monito di Salvo Di Grazia, medico e blogger de Il Fatto Quotidiano, è chiaro: "Staminali, la scienza impari a comunicare la speranza". 

Che l'autore riconosca la necessità di un buon apparato comunicativo a sostegno del settore medico scientifico non può far altro che piacere. Una buona o cattiva comunicazione è determinante per l'esito di qualsiasi impresa. Figuriamoci quando si tratta di malattie gravi, di bambini, di casi di vita o di morte.

Credo che avere la possibilità di accedere ad informazioni sicure, autoritarie e concrete in campo medico-sanitario sia un diritto fondamentale per ciascun cittadino

Sofia è una bambina affetta da una malattia degenerativa letale, il cui caso è venuto a galla grazie al servizio giornalistico di Giulio Golia, delle Iene, trasmissione televisiva d'inchiesta e intrattenimento. 

L'unica possibilità di sollievo per la piccola Sofia sono le iniezioni di cellule staminali. Che non si sa bene che effetto avranno perché la sperimentazione scientifica non è ancora terminata. Magari non la salveranno. Ma per ora sono l'unico metodo per tenerla in vita ed ottenere perfino piccolissimi miglioramenti. I dati sono empirici ma basati sugli effetti osservati su un unico caso giorno dopo giorno e non sono certo sufficienti a fornire le statistiche necessarie ad approvare una cura.

Eppure, la sola alternativa è la morte. Questo concetto è stato espresso in maniera molto chiara da Golia fin dal primo servizio dedicato a Sofia. Che non ha mai messo in dubbio la necessità e l'importanza di un ricerca scientifica. Ha avuto cura e premura nel sottolinearlo. 
Ed è un dettaglio che per me fa la differenza tra professionisti e ciarlatani.

Senza questa premessa, come professionista, non avrebbe mai potuto chiedere al governo e all'opinione pubblica di mobilitarsi per permettere che venissero concesse le iniezioni a Sofia. 

Sono d'accordo con Salvo Di Grazia quando sostiene che "non possiamo lasciare il futuro (non solo sanitario) dei nostri figli, alle scelte fatte “per acclamazione” o peggio in base agli ascolti televisivi"
Non credo però che una simile osservazione sia pertinente a questo caso. 

C'è effettivamente un problema di comunicazione nel mondo scientifico. Ma non è rispetto all'emissione di informazioni. Lo è rispetto alla ricezione.

Quando in un evento comunicativo uno dei due protagonisti non è pronto ad ascoltare la conseguenza minore che può verificarsi è che si generi un malinteso. Cosa che credo sia avvenuta tra il giornalista e i medici.
È necessario che la ricerca scientifica ed i suoi rappresentanti abbiano autorità assoluta nel loro settore. Non è compito di giornalisti né dell'opinione pubblica decidere quale cura sia opportuna per un paziente. 

Ma quale rischio più grosso della morte avrebbero potuto correre Sofia e i malati nelle sue condizioni assumendo cellule staminali? Questo concetto è arrivato a me come pubblico televisivo.

Non sono un medico ma credo di poter dire con una certa sicurezza che conseguenza più grave del decesso non esiste

Suppongo sia per questo che tutti si sono mobilitati per Sofia pur non avendo alcuna autorità medico-scientifica. Per lo stesso motivo, infine, credo, le siano state concesse le cure. 
E non perché il suo caso ha fatto commuovere l'Italia attraverso una trasmissione televisiva, come certamente è accaduto. Ma non è stata questa la ragione per cui le sono state concesse le cure.