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venerdì 10 ottobre 2014

«Hello, I’m from Amyclae in Italy»


Quando la passione ti spinge a fare cose folli. Ad andartene in giro per il mondo a cercare le tue origini.
A me è accaduto. Vivrei mille altre volte ancora quello stesso istante in cui ho attraversato i confini della città da cui più di 20 secoli fa dalla Grecia partirono i làconi per venirsi a costruire un piccolo villaggio proprio qui sotto i miei piedi, dove io ho visto la luce. E che hanno cambiato la storia.
La mia storia.

Guido lungo la strada statale da Skala a Sparta. E più mi avvicino più mi aumenta la palpitazione. È una follia, ma io sono probabilmente l’unica nativa dell’Amyclae italiana a decidere di arrivare fin qui. Che fare? Non lo so. La mia compagna di viaggio, Nina, mi sostiene. Me ne vado in giro a presentarmi alla gente con stampata in faccia un’espressione entusiasta al limite dell’ebetismo: «I’m from Amyclae in Italy». Il risultato è disarmante. Non gliene frega niente a nessuno.

Grazie all’intuito di Nina ci inerpichiamo su una stradina di campagna. Qualcuno la chiama serendipity. Io non so spiegarmi che roba è, ma di certo mi ha portato nel posto giusto: il Tempio di Apollo amiclano. Dove incontro l’archeologo Stavros Vlizos. Che alla mia frase standard risponde con lo stesso entusiamo. Eureka!

Questa è storia.

La mia storia.

venerdì 20 dicembre 2013

Emigrati per crisi. Riscoprire l'America un secolo dopo.



Emigrati per crisi. 
Immagino la scritta appesa fuori ad un negozio italiano.  
Ce l'abbiamo nel sangue l'emigrazione, noi italiani. Per inseguire un sogno, per salvare la famiglia, per tornare felici oppure per non tornare più. Un viaggio che a volte faccio è quello nell'archivio della fondazione di Ellis Island, quell'isolotto che dà il benvenuto ai navigatori a New York. All'America. E così scopro che i miei avi hanno creduto in quel sogno e l'hanno vissuto. 
Nel 1899 Stefano Chinappi all'età di 24 anni prese i suoi bagagli e partì da Gaeta (allora chiamata Elena, in onore della regina, in provincia di Caserta). Raggiunta Napoli s'imbarcò sulla Alsatia, nave di fattura scozzese che portava 156 passeggeri in prima classe e 1100 in terza viaggiando a 13 nodi (poco più di 20 km/h). Un viaggio enorme, bestiale. Ma in regola. Quando le giovani e vaste lande americane erano braccia aperte per i disperati. 
Stefano era un ragazzo che non aveva nulla da perdere. Non era sposato, non aveva figli. Forse era fidanzato. Forse era innamorato. Probabilmente qualcuno ha pianto salutandolo sulla porta di casa.
Stefano ha gridato “America!” il 15 maggio del 1899. E dev’essere stato un grido liberatorio. Che in un istante gli ha fatto scordare le pene del passato, il viaggio interminabile, la fatica. E gli ha fatto tornare la speranza. 
Le pratiche di arrivo, la quarantena a Ellis Island e poi via, ad abbracciare l’America. 
Nel 1907 Stefano era tornato in Italia, si era sposato e a 33 anni rifece il viaggio a bordo della Republic, nave a vapore che viaggiava a 16 nodi, in direzione America dove vi arrivò il 23 maggio.
Nel 1903 Antonio Chinappi aveva 12 anni e attraversò l’oceano Atlantico. Anche lui, forse assieme ai genitori, partì da Gaeta. Raggiunse Ellis Island il 16 maggio. Vent’anni dopo tornò in Italia. Probabilmente aveva fatto fortuna ed era tornato per portarsi dietro qualcuno. Per aprire le porte della nuova casa, di una nuova terra, di un futuro sereno per i suoi familiari. O forse aveva solo nostalgia di quella terra che aveva conosciuto da bambino. In ogni modo ripartì a 32 anni per Summerville, dove si era stabilito e aveva trovato moglie. 
Nel 1904 sbarcò a New York Luigi Chinappi. Aveva 62 anni e magari era il nonno del piccolo Antonio. 
Tre anni dopo partirono anche Francesco (18 anni, single) e Cosmo (36 anni, sposato) a bordo della Cretic, una nave inglese che viaggiava a 16 nodi trasportando 260 viaggiatori in prima classe, 250 in seconda e mille in terza. Magari erano fratelli, cugini o comunque erano legati da uno stretto vincolo di parentela e avrebbero provato a costruire insieme il futuro per le loro famiglie. Il sole batteva sulla prua quando i due avvistarono terra. Era il 27 luglio del 1907. E il sogno americano stava solo cominciando.
Nel 1910 un altro Antonio Chinappi salì a bordo della Celtic, una delle più grandi navi nei primi anni del ‘900, dotata di un’ottima seconda classe. Aveva 25 anni ed era single.
Poi ci fu una lunga pausa. Dal 1910 fino al 1920 nessun Chinappi fece la grande traversata. Probabilmente fu anche la guerra a bloccare i viaggi migratori. I giovani d’altronde erano chiamati a servire la patria. E qualcuno addirittura tornò per compiere la missione. 
Uno di questi potrebbe essere Francesco Chinappi, già emigrato diciottenne assieme a Cosmo. C’è la possibilità che rientrato in Italia e sopravvissuto al ’15-’18 tornò a costruire il suo sogno americano. Lo ritroviamo, stavolta sposato, a bordo della “Ferdinando Palasciano”, nave militare tedesca catturata dagli italiani nel 1915, trasformata prima in nave ospedale e poi ceduta alle Ferrovie dello Stato. Salpò da Napoli per raggiungere New York il 3 luglio del 1920.
Infine l’archivio della fondazione di Ellis Island ci dà notizia del viaggio di Erasmo Chinappi, anche lui di origine gaetana. Era già un uomo quando, a 39 anni, insieme a sua moglie salì a bordo della “Dante Alighieri” costruita dalla società Esercizio Bacini di Riva Trigoso nel 1914. Il viaggio dovette essere molto duro poiché la nave attraversò l’oceano in pieno inverno. Ma l’arrivo a Ellis Island fu la nuova primavera. Era il 10 marzo del 1921.

venerdì 22 novembre 2013

Mulini Bianchi e Moulin Rouge sull'Autosole. Fotografia delle relazioni di coppia lungo lo stivale.

Una domenica passata sulla A1. Dal mattino alla sera. Torno da un festival letterario e mi sparo l'Autosole tutta d'un fiato. Da sola. Cosa che non mi è mai acccaduta per cui quel che faccio quando mi capita di fare per la prima volta una cosa da sola è: osservare.
E ne vengono fuori delle belle.
Una considerazione maturata in anni ed anni di osservazione della gente: gli uomini stranieri più sono fighi e più sono accompagnati da donne bruttissime. Ma hanno sul viso stampata la candida felicità del Mulino Bianco.
Cominciamo dall'inizio perché questo viaggio è l'esempio di quello che puoi incontrare, così, a caso, lungo un tratto d'autostrada italiano. E ne è venuta fuori la fotografia delle relazioni di coppia lungo lo stivale.
Il primo incontro degno di nota sono i trans. Due virgolettate signore imbellettate e ben allestite entrano in un bar, prima del casello. Scena dall'esterno. Un ragazzetto in divisa da lavoro osserva me, che son donna, con evidente interesse. Da sottolineare che quello lì avrebbe guardato qualsiasi essere dotato di pertugi con quell'espressione. Ma sul più bello, mentre mi accorgo che sta per proferire parola (e Dio solo sa quale selezione linguistica avrebbe prodotto il suo cervello), ecco che fanno la loro entrata in scena le due virgolettate. Il ragazzetto è ancora concentrato tutto sul suo unico neurone linguistico (gli altri due tre neuroni sono impegnati in un'accesa discussione col testosterone) quando la stanga di 1,90 dotata di mascellone, calze a rete e voce caveronsa gli rivolge un entusiasmante saluto, carico di significato: "Ehi ciao, tesoro!" Che poi il mascellone nemmeno sembrava tanto interessato al ragazzetto. Però quell'intonazione la diceva lunga su una già evidentemente collaudata amicizia. E avanti. I trans entrano nel bar e il tizio si sgonfia. Smascherato nella sua intimità perde ogni interesse nello sventolare l'ormone. Il mascellone, almeno per me, è stato una manna.
Secondo flash. Autogrill.
Dopo aver esplorato la toilette mi accingo a percorrere il labirintico market, di quelli strategici che qualcosa la devi comprare per forza. Ma va beh a me serve solo il dentifricio. Però uno sguardo qua e là lo butto. Ed ecco che mi si presenta una delle realtà più caratteristiche della società moderna italiana. Due veri "tipi" da commedia dell'arte, ahimé molto ma molto lontanti da quelle nobili figure teatrali che al nostro bel paese han dato pregio. Però tant'è. Questi son quelli che abbiamo oggi.
Sollevo lo sguardo dai cioccolatini e davanti a me si materializzano una bella e prosperosa giovane assieme ad un premurosissimo e rotondo pappone canuto. Il quadro è agghiacciante. Non me lo perdo nemmeno per sogno. I due prendono tutta la scena. Ed è davvero come se fossero entrambi al centro di un palcoscenico, illuminati dalle luci della ribalta si muovono a loro agio, sapendo naturalmente di essere osservati da un vasto pubblico e di questo ancor più compiaciuti.
La bella è abbigliata con opinabile gusto ma sarà facile figurarsela con minigonna inguinale, calze velate, tacchi a spillo e scollatura. Troppo facile. Quel che non sapete è che aveva effettivamente un volto delicato, occhi azzurri ed una folta capigliatura corvina su pelle chiara. Bella come un'opera d'arte sfregiata. Ma che vuoi fare. Son scelte. Lei era tutta catturata dalle autogrilliane raccolte di musica leggera italiana. Di quelle che mettono insieme un po' di tutto e son divise per decenni. In tutto il suo candore esclama al suo accompagnatore: "Guarda! Ci sono gli anni '60. '70, '80, '90... sai che sono tutte belle? vorrei prenderne una!" Sapendo già, subdola, che lui non le avrebbe mai negato un tal dono pensando a ciò che lei poi avrebbe più lietamente corrisposto. "Dai, prendili tutti!" E lei, ancor più subdola: "Ma no, ma dai, tutti?". Ed è qui che credevo fossero arrivati all'apoteosi della pièce in scena all'Autogrill. Quando lui le ha risposto: "Ma sì, prendili tutti. Tanto oggi ci dobbiamo divertire no?". Forse ho capito che è una pièce drammatica. Mi vien da piangere. E allora prendo su il mio dentifricio, mi concedo il mio personale momento di lussuria acquistando una barretta di cioccolato, di quelle buone, e abbandono la platea. Credendo di essermi lasciata alle spalle i due protagonisti. Accendo il motore, mi dirigo verso la pompa di benzina e mi fermo davanti all'erogatore del gasolio. Spengo il motore e mentre aspetto il garzone, mi volto, per dare un'occhiata in giro. In quel preciso istante il muso di una Ferrari testa rossa fa capolino accanto alla mia utilitaria. E si ferma. Non c'è bisogno di aggiungere altro se non che alla guida non c'era il pappone ma: lei. Perché "oggi ci dobbiamo divertire". E con l'ultimo sussulto di tristezza ingrano la prima.
Terza sosta.
Stavolta c'è l'Autogrill quello anni settanta, che scavalca l'autostrada da un lato all'altro sicché trovi gente che va in entrambe le direzioni. E mi gira un po' la testa che se non ci fossero i cartelli ad indicarmi da quale parte dovrò uscire per andare nella mia direzione io avrei sicuramente sbagliato.
Il ristorante è self service. Faccio la mia selezione e mi avvio verso la cassa. Una coppia italiana mi precede. Devo dire bella coppia, sulla quarantina, belli entrambi. Così d'amblé sembrano anche professionalmente affermati. Ma poi all'italiano basta una coda a scatenare gli istinti animali più profondi. Lei dice: "ah hai preso la frutta? la voglio anche io!" Lui risponde, con tono rude: "Stai ferma". Poi silenzio. Non dà spiegazioni perché l'uomo non deve dare spiegazioni. Lei allora cerca di intuire la buona fede: "Ho capito, facciamo a metà con la tua? non ti và tutta?". Lui, con aria quasi scocciata ma pur sempre superiore: "Quando arrivi a poggiare il vassoio ti vai a prendere la frutta. Prima non ti muovere. Hai visto quella che casino ha fatto prima?". Ecco. queste scene sono meravigliose. Meravigliosamente tristi.
Ma arriviamo al clou. Mi siedo davanti al mio arrosto di tacchino stoppaccioso, le patate sfatte e la mia porzione di frutta che con l'inganno ho comprato a 4,50 euro credendo di avere l'offerta speciale ad 1 euro com'era pubblicizzato ovunque ma, "signora - mi dice la cassiera - per la promozione doveva prendere la scodellina piccola". E non c'era scritto da nessuna parte questo. Ma vabbè mando giù i bocconi amari di un pranzo mediocre pagato 17 euro e sto zitta.
Mi guardo intorno. Due anziani mangiano per dovere e non si rivolgono la parola. Lui ha una testa che potrebbe fare i 360°, si guarda attorno come una bestia ferita fuori dal suo habitat naturale. E mentre io azzanno un boccone di tacchino e patate arriva la visione. Un ragazzo bello. Di una bellezza inconsapevole. Bei lineamenti maschili, sotto i quaranta, moro, sicuro ma affatto pieno di sé. Davvero una bella visione. Me lo gusto qualche secondo, lui neanche si guarda attorno, si vede che non cerca nulla fuori del suo mondo. Che sta bene con quello che ha. E quello che ha sono due bellissimi bambini che lo raggiungono seguiti da LEI. La figura femminile che corona il quadro familiare. Si vede subito che non sono italiani. Lei è biondissima, come la bimba. E parlano una lingua che a distanza non distinguo. È proprio un bel momento. Peccato che lei, la donna che lui ama somigli più ad un animale da pascolo che ad un essere umano. Peccato, mi dico. Lui è davvero bello. Lei no. Cose che accadono solo all'estero. In Italia no, non è possibile. Perché nella coppia lei dev'essere bella. È questo che è tristemente importante. Che se non è così dura poco. Ma non perché siano più forti le "Terry de Nicolò". La triste verità è che son gli uomini italiani a cercarle. E quelle si moltiplicano. Altro che Mulino Bianco: l'Italia è il paese del Moulin Rouge!





giovedì 14 febbraio 2013

I LOW shopping (ovvero: I love shopping low-cost)


Lo dico subito a scanso di equivoci: non ho mai letto Sophie Kinsella. E non ho la più pallida idea di cosa ci sia scritto nei suoi libri.
Ma voglio parlare di shopping. Quella cosa che per il genere maschile rientra nelle patologie incurabili della donna. E forse non a torto. Ne sono sempre più convinta da quando, oggi, mi sono concessa una piccola avventura nel mondo dell’abbigliamento.
Ora, non tutti sanno che non tutte le donne sono malate di shopping. O meglio: è una malattia distribuita a diversi livelli a seconda del bisogno di affermazione, di approvazione estetica, di insicurezza personale e di qualsiasi altro migliaio di varianti possibili che vagano nel cervello femminile. Ma per dirlo serve uno psicologo. Io mi limito ad osservare. Le altre e me stessa.
Lo ammetto: non sono un' esperta di moda, ho probabilmente uno stile tutto mio, che definirei comodo prima di tutto, originale senza trasgressione, con un pizzico di sensualità e generalmente colorato. Non mi piace abbinare ossessivamente scarpe, cinta, borsa e accessori vari perché lo trovo estremamente faticoso e trovo consolante definire questo modo di fare “provinciale” e di poco gusto. Insomma per comodità preferisco la borsa che va bene su tutto. Purché sia capiente quanto quella di Mary Poppins.
Altra cosa importante da sottolineare: il mio shopping è sempre economico: passo dai riti del mercato settimanale (quello dell'usato, d'altronde se hai buon gusto e sai scegliere fa pure un sacco chic) alle scorribande nei grandi magazzini dell'abbigliamento fashion a basso costo.
È con l'intenzione di riuscire anche stavolta in una delle mie migliori performance alla ricerca del capo "figo" a poco prezzo che oggi me ne sono andata nel negozio di una grande catena di abbigliamento low-cost. E per dimostrarvi quanto sia lieve la mia malattia premetto che non avevo minimamente idea che proprio oggi (al massimo ieri) fossero iniziati i saldi a Latina. Lo capisco appena ci arrivo davanti: SALDI SALDI SALDI. Le vetrine sono tappezzate con lettere cubitali. Fuori dal negozio, che avrebbe aperto alle 13, inizia ad arrivare gente. E quando le serrande si alzano l'orda si riversa nel locale, la gente affoga tra migliaia di capi, inizia l'occupazione militare dei camerini mentre le commesse tentano di conservare un accogliente sorriso che di lì a poco si sarebbe trasformato in un tic nervoso.
Io intanto assaporo l’estasi della grande occasione. Come se mi fossi trovata un po’ per caso un po’ per destino nel posto giusto nel momento giusto. Entro lentamente pensando al mio obiettivo: non farmi scappare le occasioni migliori. E cercare quei capi di cui andrò fiera perché so che assaporerò un piacere sublime nell’ indossarli sapendo di averli pagati due centesimi.
Mentre inizio a scandagliare scaffali e stendini su cui soffrono strizzati migliaia di abiti inizio a riflettere. E maturo uno strategia. Prima cosa: scandagliare il negozio. Guidata da un intuito artistico tutto mio passo in rassegna tutti i reparti, meticolosamente, uno ad uno. Tocco, osservo, catalogo, immagino, costruisco, confronto. Ma non prendo nulla. La prima fase la dedico ad una perlustrazione approfondita. Alla quale, mi dico, seguirà la scelta dei capi da portare in camerino. Un lavoro impegnativo ma che si risolve presto in una prima selezione. Al termine della perlustrazione so già quali capi mi hanno attratta veramente, quali solo superficialmente e quali non mi interessano affatto. Fermo restando che non si tratta di una classificazione rigida. Sono consapevole del fatto che in qualsiasi momento potrebbe spuntare un capo che mi era sfuggito prima o, ancora meglio, potrei rivalutare qualcosa che avevo scartato a priori grazie ad una nuova illuminante prospettiva.
E arriva il secondo giro. Stavolta infilo la mia Shopping bag sulla spalla sinistra pronta a metterci dentro i vestiti. Non certo quelli che comprerò. Ma quelli che avranno passato la prima selezione e che potranno venire con me nel camerino. E per fare ciò c’è bisogno di alcune regole: mettere in borsa anche quelle cose su cui tentenno, non farmi scrupoli tanto so già che addosso avranno tutt’altro effetto e quindi per una ragione o per l’altra molti di quei capi saranno scartati.
Torno ai posti di partenza. E rifaccio il percorso dal principio. Stavolta sono più sicura. So che se prenderò gli shorts a 15 euro non ne troverò un altro paio che preferisco a 7 euro più avanti. Anche a questo serve la perlustrazione.
E comunque si comincia. Guardo le taglie, seleziono e infilo nella Shopping bag. Fondamentale in questa fase è ascoltare i commenti delle altre. Sento gridolini di gioia un po’ qua un po’ là, donne che trovano cose che io non avevo visto o che non avevo osservato nel modo giusto. Una dice: “guarda quella camicetta l’ho vista l’altro giorno ad una tipa che ci ha abbinato jeans shorts e una cinta carinissima, era stupenda”. E allora vado lì e me la guardo. Mi dico che effettivamente non è poi male e potrei provare a vedere se anche su di me fa quell’effetto “figo”. Così la infilo nella Shopping bag. Ovvio che la tecnica va usata con cautela. Bisogna saper valutare soprattutto se chi ha espresso quel giudizio ha gusto o meno. Altrimenti si rischia di tornare a casa come un uovo di Pasqua. Il proprio gusto personale regna su tutto.
Importantissimo se si fa shopping da sola è poi infilare nella Shopping bag anche diverse taglie dello stesso indumento. Non essendo sicure della propria misura una volta entrate in camerino è impossibile uscire per andare a prendere la taglia giusta e poi rientrare trovandolo ancora libero. Quindi se non è possibile munirsi di un’accompagnatrice meglio adottare questo escamotage. Tanto poi gli indumenti non bisogna rimetterli a posto. C’è gente pagata per farlo. E farti trovare la taglia giusta è nel loro interesse. Quindi: non fatevi scrupoli.
Il momento della prova è arrivato. Fortunatamente trovo un camerino libero e so che devo sbrigarmi ad occuparlo. Dribblo un gruppo di ragazze che approfittando di un mio momento di distrazione mi avevano superata e cogliendo un loro tentennamento sgattaiolo nello stanzino. Chiudo e sospiro: è mio!
Prima di passare alla prova vera e propria appendo tutti i capi e decido di dar loro un ordine. Quelli scartati andranno sulla porta mentre a quelli buoni riserverò uno degli appendiabiti.
Con mia grande sorpresa il capo di cui ero più convinta non mi piace addosso. Vedi a che serve provare? Curioso come questa riflessione mi faccia pensare subito ai miei rapporti col mondo maschile.
Ma è solo un momento: devo concentrarmi. Mi guardo allo specchio e mi vedo. E allora capisco che a me quel colore non mi sta proprio bene ma quell’altro mica male però. Finisco col scegliere i capi più comodi ma con stile. Come volevasi dimostrare. Pochi superano la selezione ma in fondo so che di loro non mi pentirò mai. La camicetta “figa” non va, a me non è proprio adatta. Avrei dovuto fidarmi della prima impressione ma che fa, d’altronde l’ho solo provata. Vado dritta alla cassa e, purtroppo, c’è la fila. Mica perché devo aspettare. Ma perché è allora che inizia il momento più tragico. Ché se sei in fila da sola e non hai un’amica stavolta non c’è scampo. È matematicamente provato che una volta in coda scopri tutto quello che avresti voluto comprare e non hai trovato prima. Arriva la tipa che chiede di cambiare quel top che tu avresti tanto voluto ma che non c’era della tua taglia e a lei la tua taglia invece non va bene allora lo ha riportato indietro. Che fai? Perdi la fila? Per un pezzo di stoffa? Io decido di no. Poi mi guardo attorno. E inizio a vedere tutte quelle magliette che non avevo considerato eppure costano così poco ma non ci avevo pensato e invece adesso che le vedo addosso alle commesse sono così carine che non potrei farne a meno. Come se tutti quei capi fossero rimasti nascosti fino a quel momento e fossero venuti fuori a farti bubusettete!
Ma la fila dietro di me è cresciuta e a quel punto ricominciare da capo è un suicidio. In fondo lo so che la storia si ripeterebbe ad ogni tentativo di pagare. E quindi faccio finta di non vedere. Finisco la coda, pago e vado via.
Tornata a casa svuoto la mia preziosissima busta e assaporo i miei nuovi acquisti low-cost mentre li sistemo uno ad uno nell’armadio. E sul mio volto si disegna un ghigno di soddisfazione. Coronato dal pensiero che presto tornerò in quel negozio per poter usufruire di un buono sconto del 10% che la commessa mi ha consegnato. E sì: rifarò tutto da capo!

giovedì 11 ottobre 2012

Lo scherzo del calabrone

Aveva indossato un vestito acquistato per l’occasione. Elegante e casto. Classico per evitare di cadere nel banale e soprattutto per non insinuare nella mente di una folla gessata, composta ed erudita, pensieri inadeguati.
Quando la signorina Filomena Celletti, impiegata comunale, salì sul palchetto ricoperto dalla soffice tappezzeria blu della Sala Valadier stretta nel suo tailleur grigio, i capelli legati in un classico chignon, il mormorio si fece più lieve. S’interruppe completamente quando le labbra ostentatamente rosse di lei che spiccavano sul volto incipriato, si prepararono all’emissione vocale. Quel che ne venne fuori fu un grottesco suono in falsetto che, interpretando le esatte parole scritte su uno spartito sistemato sul leggìo, annunciava l’imminente esibizione di tal Fosco Rettondini, violoncellista di fama internazionale, venuto ad esibirsi sotto il Tempio di Giove grazie all’intercessione del professor Goffredo Mantovani, noto economista nonché docente universitario appassionato di musica classica e influente in diversi ambienti dell’alta società.
Seguì un applauso formale e ordinato, significante un rispettoso e compiaciuto omaggio al noto violoncellista, il quale serbava la severa consapevolezza che quella che sarebbe seguita sarebbe stata un’esibizione perfetta. Rettondini quasi non riusciva a muoversi nel suo frac inamidato. Era abituato a platee molto più numerose nelle sale da concerto di tutta Europa. Ma sapeva benissimo che ogni sua performance equivaleva ad un esame. Se il pubblico fosse rimasto soddisfatto sarebbe stata solo un’ulteriore conferma della professionalità e della bravura acquisita con il talento nutrito da anni di conservatorio e  uno studio personale al limite della perfezione.
Il guaio era se fosse andata male. Un errore, il minimo percettibile, avrebbe avuto eco in tutti gli ambienti internazionali. E gli sarebbe costato caro. Per questo, e per quell’infantile emozione che ancora lo sorprendeva ogniqualvolta doveva esibirsi, Rettondini era teso  come una corda di violino mentre saliva sul palco. Si prese tutto il tempo per sistemare davanti a sé lo strumento e poggiarlo sulla spalla. In quel momento silenzioso rotto solo dai passi vellutati dell’artista e dagli ultimi assestamenti del pubblico, l’austera platea poteva gustarsi compiaciuta l’attesa, calcolata nel tempo giusto per non essere né poca né troppa.
Il musicista raccolse l’arco e con un ampio gesto disegnò in aria un’impercettibile premessa sonora al concerto. Poi furono le note a tagliare l’aria. Iniziò il Preludio di Bach, suite n.1 per violoncello. Imponente e vibrante. Seguirono Beethoven e Debussy ma il finale fu affidato al Volo del calabrone di Korsakov. L’energia che Rettondini mise nell’esecuzione dell’ultimo brano lo fece diventare paonazzo. Sul suo volto rotondo e appena rasato iniziarono a scivolare abbondanti gocce di sudore che gli s’infilarono nella strozzatura del collo di camicia.
Era completamente assorto nell’esecuzione che durò poco più di un minuto quando successe l’irreparabile.
L’animaletto ronzante che l’esecutore aveva fatto svolazzare per la sala grazie alle superbe vibrazioni delle corde del suo violoncello era lì per posarsi e il pubblico era già pronto a far partire un applauso scrosciante. Pur sempre composto ma carico di soddisfazione. Il professor Mantovani pregustava, gonfio d’orgoglio e il sorriso compiaciuto celato sotto i baffi, i complimenti dei suoi nobili amici e cultori delle belle arti. E sua moglie faceva altrettanto pensando alle lodi delle profumate signore ingioiellate che sedevano accanto ai rispettivi austeri mariti. Il sindaco, che non ne capiva molto, aveva tuttavia colto nell’espressione degli ospiti l’approvazione attesa. E a mente aveva iniziato a recitare le prime frasi del discorso di ringraziamento che avrebbe tenuto di lì a poco. Glielo aveva scritto il suo portavoce, considerando che il suo vocabolario era una miniera di imprecazioni variopinte di cui faceva maggior sfoggio nel corso delle sedute consiliari. Era però carente di registri alti.
Perfino il buffet imbandito di appetitose prelibatezze e vini ricercati pareva uscire dalla Treccani ed era pronto ad accogliere gli arzilli rappresentanti del più nobile antiquariato nazionale.
Ma quando il calabrone finì la sua corsa la platea non ebbe il tempo di esprimere la sua contentezza. Rettondini era talmente madido, gonfio e teso per lo sforzo appena compiuto che non riuscì a controllare la risposta più naturale e inequivocabile che il suo corpo si sentì libero di dare alla fatica.
L’enorme e lungo fragore prodotto dalla vibrazione della carne sottoposta ad una forte insufflazione non lasciò alcun dubbio negli astanti che sapevano ben distinguere il tocco del violoncello da quello dello strumento che avevano appena udito.
Un gelido silenzio calò in sala.
Rettondini, completamente solo sul palco, restò pietrificato.
Il microfono aveva per giunta accentuato il rumore che le sue membra avevano prodotto.   Il sangue del musicista si era fermato. La platea lo fissava sconcertata. Non c’era via di scampo. Quel lasso interminabile di tempo durò una decina di secondi nei quali Mantovani riuscì a sgattaiolare fuori dall’auditorium. E il sindaco lo seguì.
Fu la signorina Celletti a prendere in mano la situazione. Si fece coraggio, salì sul palchetto e afferrò il microfono: «Il maestro Fosco Rettondini ha eseguito per noi il Volo del calabrone, per violoncello e... trombone».
E allora qualcosa di imprevedibile accadde nelle viscere degli invitati. Sul volto di ognuno iniziò a disegnarsi un sottile sorriso, a qualcuno venne fuori un ghigno finché tutti si lasciarono andare ad una enorme, irrefrenabile, fragorosa e distensiva risata.

giovedì 30 settembre 2010

Il Circo 2. Maometto a “Napul’è”

Chi l’avrebbe mai detto che nel mezzo della mia esistenza occidentale, in una provincia italianissima, mi sarei trovata faccia a faccia con Maometto. In una moschea una giornalista con un velo sulla testa, i piedi scalzi, a conoscere un Islam fuso nella società consumista.
La festa della comunità islamica a Fondi è al ristorante pizzeria “Napul’è”. Bella contraddizione, di quelle che ti fanno riflettere sulla mescolanza delle culture. La pizza, il forno a legna, i profumi di basilico, pomodoro, mozzarella sulla pasta di pane croccante che si portano dietro tutta la cultura partenopea, con il Dio dei musulmani.
Sono un po’ in ritardo, catapultata dalla redazione a quest’incontro di culture. All’esterno trovo i colleghi che mi presentano un ragazzo dalla pelle ramata. Mi avvicino, sfoggio un sorriso che è un omaggio alla bella iniziativa mentre sprigiono curiosità da tutti i pori, pronta ad offrire il mio rispetto. Mi parte la mano, diretta, sicura, orgogliosa: «Piacere». 
E ho già sbagliato.
Per fortuna che il tipo non si formalizza, lui è più occidentale di me. Ma mi mette in guardia. «Dentro c’è l’Imam venuto dall’Egitto a conoscere la nostra comunità. Non dargli la mano, i musulmani non toccano donne che non siano le loro mogli». Menomale che mi ha avvisato. Io mi sarei lanciata in un occidentalissimo saluto reverenziale credendo di far bella figura con una sana e salda stretta di mano. 
L’incontro è solare. Passo attraverso un buffet imbandito di colorate pietanze arabe, già dimezzate dal passaggio degli ospiti. Scorro lo sguardo sui tavoli stremati dalla foga di bocche e mani affamate, dove giacciono sparsi resti di tracotanti pietanze, polli interi ingozzati di uova sode, peperoni, melanzane, cous cous e via dicendo. Uno spreco, penso. E vado avanti.
È l’ora del dessert. Vassoi ricolmi di forme geometriche laccate, stucchevolmente zuccherate, dorate al punto da sembrare il tinta con l’Imam. Ma spicca qualcosa di familiare: le bombe alla crema. 
In fondo alla sala, a capotavola, mi appare l’Imam nella sua tunica orlata di riflessi oro, il cappellino sul capo. Appena mi vede mi omaggia con un delicato balzo all’ in piedi. Eh no, la mano non gliela porgo. Ma sfodero un sorriso a 36 denti che lui ricambia decorando il momento con un movimento ritmico e incessante della testa come fosse un sì - un segno di accoglienza suppongo - e pronuncia frasi cordiali come fossero preghiere. Magari è così che si rende omaggio alle donne. 
Ho l’onore di sedermi accanto a lui, sto attenta a non sfiorarlo dovesse pensar male.
Mi accingo a sfamarmi quando tutti improvvisamente si avviano verso l’uscita. Vanno a visitare la moschea, allestita alla bell’e meglio in una garage di fronte alla pizzeria “Napul’è”. «Puoi restare qui» mi dicono. «Mangia pure con calma, non sei obbligata a venire». Eh no. Io qua ci sono venuta e mi voglio vivere fino infondo l’esperienza islamica. Mi porgono un bicchiere colmo. Non ho idea di cosa contenga, il colore mi fa pensare al vino. Vabbè io butto giù. 
È tè. Caldo.
Mi sta bene. Certo non mi sarebbe mai venuto in mente in altre occasioni di abbinare il tè ai peperoni. Ma stasera ho fatto un patto con me stessa e la sete di conoscenza supera ogni cliché. 
Mi incammino per la moschea, mi faccio largo tra la folla, voglio essere parte di questa esperienza. 
«Che devo fare?» chiedo prima di visitare il luogo di culto. Sento di entrare in un posto che non è casa mia e lo faccio con rispetto. Mi risponde un uomo: «Prima togli le scarpe». Poi mi guarda, vede che ho un foulard sulle spalle. E mi fa: «È meglio se quello lo metti sulla testa». Sono una donna. Per noi occidentali potrebbe essere un affronto. Coprirsi per non farsi vedere, quello vuol dire. Così come col tatto, anche la vista dev’essere esclusiva dei mariti. «Ecco, adesso sei più bella» mi dice. E io che credevo che con quel gesto l’avrei nascosta la mia bellezza. Invece una donna, col capo coperto è più affascinante. 
Non è che lo condivida. Ma loro ci credono. E voglio rispettare anche questo. Mi sta bene se sta bene a loro, alle loro donne. Non mi sta bene quando è un’imposizione. E quando c’è di mezzo la violenza. Che una donna musulmana si senta libera col velo piuttosto che senza può anche essere una stronzata e sicuramente non è sempre così. Ma abbiamo idea di quante pressioni psicologiche - per non parlare di violenze - le donne occidentali siano costrette a sopportare dai loro mariti? Cambia qualcosa? Non credo. 
Fatta questa riflessione accedo alla moschea. Col foulard sulla testa. Tolgo le scarpe e le poggio per terra assieme ad altre decine. Respiro senza pensarci. Rischio di morire asfissiata. E non vale, fino a poco fa ero quella che: il rispetto per l’altra cultura, la sete di conoscenza, e tutta quella roba. Così mi becco pure la sniffata di scarpe. E sto zitta.
Finalmente entro nel luogo di culto. C’è un calendario elettronico che dice a che ora, ogni giorno, i musulmani devono rivolgersi alla mecca. «Prima di pregare - spiega l’Imam trapiantato a Fondi - ci purifichiamo. Laviamo la testa, le orecchie e i piedi». E menomale, mi dico. Ma vabbè, è la natura. E il mio patto. Inutile lamentarsi. 
«Scommetto che tu non preghi mai» dice una voce. Ce l’ha con me. Non è un musulmano. È un italiano che probabilmente ha dei sensi di colpa nei confronti del suo Dio. «Io faccio le mie preghiere» rispondo. «Ognuno ha le sue». 
Ma insomma. Sono in una moschea e sono una donna italiana. Non mi pare però di aver manifestato le mie opinioni religiose, né il mio credo. Potrei anche essere buddista. O atea. Lui che ne sa. Se prego, se non prego. Potrei anche non voler pregare. E non sentirmi nemmeno in colpa. 
Ma è lì che mi cadono le braccia. Davanti a quell’affermazione penso che gli occidentali siano talmente frustrati che non potranno mai essere pronti al confronto vero e maturo con altre culture.
Non importa. Sorrido e ascolto. Mi immergo nel mondo islamico in un garage del centro  città davanti alla pizzeria “Napul’è”. Mi offrono un cd contenente preghiere e una presentazione per conoscere l’Islam. Accetto. Porto a casa anche un omaggio: un portaincenso con incensi profumati. Fiera di aver conosciuto un altro pezzo di Dio. 

martedì 31 agosto 2010

Il Circo 1. Gesù.

Vivo in un circo. No, non quello con le tende, le tigri, i leoni, gli acrobati. Quelli sono artisti. Tanto di cappello. Ma inizio a dubitare che il mondo sia tutto un grande circo e che Alessandro Baricco con il suo Barnum forse non ha avuto poi tanto torto. Il mio ultimo fine settimana me lo ha confermato. Moira, la grande, non ha più la sua antica verve ma di talenti in giro ce ne sono.

Uno.
Non credo di avere avuto un’allucinazione, giuro che se avessi avuto con me la telecamera mi sarei fermata ad intervistarlo. Venerdì percorro l’Appia con la mia macchina, il mio caro Doblò grigio che per i drammatici eventi che vi narrerò tra poco oggi non è più con me. Corrono ai miei lati le verdi sentinelle dell’antica strada romana che seppur arrecano sollievo agli automobilisti assolati qualche volta hanno messo un deciso e tragico punto finale sulle vite dei passanti per vendicarsi, forse, delle quantità di ossigeno chimico che sono costrette a respirare. Davanti a me una visione. Gesù. Cristo che porta una croce. Dico bè, col caldo si sarà tagliato i capelli. E invece più mi avvicino e più capisco che è un uomo, pelato. Uno come tanti che però se ne va in giro lungo l’Appia per la sua via Crucis, con sulle spalle una enorme croce di legno. Come se fosse normale.
Due.
Il giorno seguente, sabato, altro circo. Finisco il lavoro in fretta perché la sera ho uno spettacolo. Eh già, ho anch’io la mia parte nel circo. Ma mi ci metto consapevolmente. Recito, con una compagnia teatrale. Abito nero, neutro, per dare spazio a diversi personaggi che si trasformeranno sketch dopo sketch al fianco dei miei colleghi Antonio Mehiel e Massimo Lerose. Scaletta pronta, trucco e si parte. Sono un po’ in anticipo, è vero, ma considerato il traffico del sabato pomeriggio sulla Flacca, meglio mettersi al sicuro. Direzione: Terracina per prelevare Massimo e poi Sabaudia dove ci aspetta Antonio per l’esibizione.
Quello che mi aspetta sulla Flacca, però è inquietante. Il contro esodo del sabato pomeriggio. Fine della settimana di Ferragosto. Che uno dovrebbe essere rilassato dopo una vacanza al mare, magari un po’ dispiaciuto per le ferie finite. Però... E invece la fila di auto che procede a singhiozzo a qualche chilometro dal semaforo di Tumulito sembra una mandria in cattività. 
Prima. Leggero colpo sull’acceleratore. Freno. 
Prima. Acceleratore. Freno. 
Prima. Accel... 
Un muro davanti. Non ce la faccio a frenare, scarto sulla destra ma non posso evitare il Suv che mi precede. Crash. Si accartocciano le lamiere del mio Doblò, il radiatore è andato. Il Suv perde il fanale posteriore destro e si ritrova un tratto artisticamente perfetto lungo tutta la fiancata che manco Giotto. 
Oddio, che ho fatto. 
Resto immobile qualche secondo cercando di convincermi che sto ancora viaggiando allegramente incontro alla serata teatrale. Ma no. Mi giro. Per vedere chi è sul Suv e se sta bene. Incredibile: è vuota. 
Che ho fatto.
La colonna si è fermata, i passanti si sono accalcati attorno ad un uomo che è, acrobaticamente e secondo meccanismi della dinamica tutt’oggi rimasti misteriosi, catapultato fuori dall’abitacolo. Un colpo al cuore. 
Che avrò fatto.
Pare una tragedia. E invece è il circo. 
Quello recita, nel suo bel personaggio costruito sui tipici tratti del romanaccio burino che rientra dalle ferie, frustrato pure dal pensiero del lunedì al lavoro. Non gli pare vero di poter esprimere in tutto il suo splendore le sue doti istrioniche. Io sul palco ci devo salire, ma più tardi. E devo far ridere. Lui no. Fa piangere. 
Ambulanza. pronto soccorso. Tac. Manco un graffio. 
Il cugino me lo aveva detto: «È un rimbambito, lascia stare». 
E io ho rischiato il crepacuore. 
Ma fortuna che ci sono gli amici. Massimo e Federica mi hanno prelevata dal set stradale e ci siamo diretti verso Sabaudia. È tardi. Ma lo spettacolo si può fare lo stesso.
Antonio aspetta fuori la Baia, è già in costume. No, non andiamo a fare il bagno. Roba da teatranti. Ché dove finisce il palco e dove inizia la vita non lo sai.
Tre.
Alla Baia è buio. Non c’è can che abbaia. Ma Antonio ride. E rido pure io. Gli amici. 
Ci immettiamo sulla litoranea per raggiungere l’altro lato della città. Ancora buio. Ma i fari delle macchine sfilano. Altra visione. Stavolta non sono sola. Ho i testimoni. 
C’è di nuovo: Gesù. Non lo stesso. Un altro. Magro, capello mediamente lungo, è in posizione di meditazione. Gambe incrociate, seduto sul ciglio della strada, proprio sopra la linea bianca a destra, guarda nella nostra direzione, illuminato sì ma dai fari dell’auto di Federica. Sarà un segno? Forse più un segnale. Quello del cellulare. Gesù a torso nudo, alle nove di sera, sulla litoranea di Sabaudia, sul ciglio della strada, medita e telefona. 
Quattro.
Dire che siamo pronti non è proprio esatto. Non abbiamo praticamente provato nulla. Ma chissenefrega, io dopo una giornata così mi voglio divertire. Sono ancora sotto shock quando il “Terno Secco” fa il suo ingresso trionfale nel giardino di Dino Catalano. Ma rido. Sono contenta. Sana, salva e sto per andare in scena. Mi butto sul buffet. Non restano che salatini e vino. Massì affogo le mie angosce nell’alcol. Un paio di bicchieri e via. Senza freni. Stavolta, però, in senso metaforico. Ed eccomi di nuovo in scena. No, non sul palco di In giarDino. È ancora il circo. A questo punto sono pronta a tutto. Anche se in verità credo che per oggi possa bastare. Ed è quello l’errore. In uno stato di ebbrezza emotivo-alcolica mi aggiro tra le tele in esposizione quando mi si piazza davanti un marziano. E mi dice: «Ciao Irene!» Penso: Oddio è Gesù che mi perseguita. Stavolta un po’ calvo, e c’ha pure un leggero riporto. La mia faccia inebetita davanti ad un perfetto sconosciuto è leggibile quanto un testo in Times con dimensione 80. «Sono Manuel». Un fascio di luce illumina il momento fino a collegare una serie di eventi, come i puntini della settimana enigmistica, a quel Manuel che fino a quel giorno per me era solo un contatto su facebook. 
Si è improvvisamente materializzato davanti a me, come se mancasse qualcosa a coronare la giornata. I contatti tra noi erano stati sporadici e limitati ad una conoscenza comune. Ma negli ultimi dieci giorni lui aveva deciso che dovevamo incontrarci. Per un caffè, diceva. Avrebbe fatto il viaggio da Roma a Sperlonga. Centoventi chilometri per un caffè. Io questa cosa non la capivo. Ma il problema non si poneva visto che di questi tempi non ce l’ho nemmeno il tempo di un caffè. Così avevo lasciato cadere. Lui insisteva. Io no. 
Sabato pomeriggio pubblico la notizia dell’esibizione del Terno Secco a In giarDino. Prima di mettermi in coda sulla Flacca. Prima del crash e dell’acrobata. Quando, per intenderci, il mio Doblò era ancora, sigh, intatto. E comunque in un tempo poco ragionevole per decidere di mettersi in viaggio da Roma a Sabaudia. Lui lo ha fatto. Per amore? Ma se nemmeno mi conosce? «Probabilmente pensa che sei addotta (cioè posseduta da un extraterrestre, ndr) e vuole salvarti» mi suggerisce Antonio. «Gli hai dato modo di pensarlo?» Oddio, pensavo fosse Gesù a perseguitarmi e invece era un alieno. Vestito da Gesù. Ma siamo al circo e non sai mai cosa aspettarti. «Io addotta?» A questo punto sono quasi certa di venire da un altro pianeta ma non credo di voler essere salvata. Anzi, quasi quasi ci torno. 
Mi salva il teatro. L’esibizione è esilarante. Ubriachi, emozionati, carichi di esperienze turbolente, di scosse che corrono lungo la spina dorsale, di luce negli occhi e sorriso nel cuore (un po’ alcolico ma vero). In scena ci siamo arrivati. E sfoderiamo il nostro meglio. Io, Antonio e Massimo. Terno Secco. Senza un quattrino. Però abbiamo vinto.




domenica 30 agosto 2009

La tempesta ferma

Laura sentì la chiave girare nella serratura. E rimase immobile. Come se quel rumore non significasse nulla. Era sdraiata sul divano, le gambe piegate di lato, il telecomando a terra. Sullo schermo passavano le immagini di un vecchio film ma lei aveva la testa da tutt’altra parte. Quel rumore l’aveva destata per un attimo dai pensieri in cui era assorta. Nulla di particolare, lasciava la testa libera di vagare tra immagini, ricordi, desideri. Un’intensa attività cerebrale che però non corrispondeva a delle reazioni fisiche.
Marco era stanco, ma era contento al pensiero di rivedere la sua ragazza. Non vedeva l’ora di raccontarle della sua giornata al lavoro. E di annunciarle che tra pochi mesi avrebbe avuto una promozione. La società stava investendo in un grande progetto e lui, molto probabilmente, avrebbe dovuto iniziare a viaggiare, per allacciare contatti con i clienti all’estero. 
Quando la porta si aprì fu travolto da un’ondata di oscurità. Le luci erano spente e in lontananza, dalla porta del soggiorno, arrivava una luce fioca, azzurrina. In sottofondo la musica di un film d’avventura. Non doveva essere recente, data la qualità del suono e l’intonazione delle voci. Posò a terra la sua valigetta, accanto all’appendiabiti. Il suo umore era già cambiato. Era come avere la sensazione di dover lasciare il proprio mondo per dover entrare in un altro. Ma lui non aveva intenzione di chiudere la saracinesca. Voleva condividere con Laura le sue emozioni. Sapeva che quelle di lei erano lontanissime dalle sue. Ma, anche per questo, voleva rompere quel muro.
Laura non si era mossa. Era ancora lì, sul divano, immobile. Come se aspettasse che il mondo andasse a cercarla. Come se non volesse prendere nessuna iniziativa.
«Ciao amore» esordì Marco. Quando la vide capì che Laura non aveva preparato la cena. Erano le dieci e lui era affamato. Non solo di cibo. Aveva voglia di mordere la vita, di sbranarne ogni istante, di essere felice per quello che era. E per avere accanto una donna straordinaria. Marco e Laura vivevano insieme non perché l’avessero proprio deciso. La cosa era venuta da sé. Si erano conosciuti all’università quando entrambi vivevano in affitto con altri studenti. Poi a casa di Laura si era liberato un posto. La sua amica Elena se n’era tornata a casa, in Calabria. Marco dormiva tutte le sere in quell’appartamento finché non si rese conto che aveva portato lì tutte le sue cose e che sarebbe stato inutile continuare a pagare un affitto in una casa in cui non viveva. E che sarebbe stato più logico pagare metà di quello di Laura. Quando l’aveva conosciuta traboccava di vita. Studiava letteratura ed era innamorata del teatro. Aveva iniziato a recitare in una piccola compagnia di provincia e a Roma aveva continuato a coltivare la sua passione. Poi l’università era finita. Le aspettative erano tante. Avrebbe voluto lavorare in una casa editrice. Le piaceva il contatto diretto con i fogli, l’inchiostro, le copertine dei libri. Le piaceva l’odore della carta, la sua consistenza. Ma non ci era mai riuscita. Le aveva tentate tutte fino a chiedersi se avesse veramente azzeccato la strada giusta. Ora era convinta di aver sbagliato tutto.
«Ciao» rispose lei con aria scocciata. Continuare la conversazione diventava difficile ma Marco insisteva. «Com’è andata la giornata?». Lei, indecisa tra il sentirsi presa in giro e ferita, ci pensò su qualche secondo prima di rispondere ma non poté evitare di riversargli addosso la sua rabbia. «E come vuoi che sia andata? Non ho fatto niente tutto il giorno. Ho guardato un paio di film, ho cercato di leggere un libro e nemmeno ci sono riuscita». A Marco dispiaceva molto quella situazione. Capiva che oltre all’insopportabile empasse in cui era caduta Laura c’era anche un terribile senso di colpa. E che quel senso di colpa avrebbe voluto invadere anche lui. «Non sei uscita per niente? Non avevi appuntamento con quel tizio per un lavoro?» «Eh, già. Il solito call center. Non ho per niente voglia di sbattermi lì dentro dalla mattina alla sera per due lire». Quello che Laura avrebbe voluto dire era che si sentiva terribilmente sola. Non c’era nessuno che la aiutasse a venire fuori da quella situazione di stallo. Nessuno che le desse una pacca sulla spalla. Nessuno che si preoccupasse per lei. Era sola. Con il suo telecomando e la sua cosiddetta vita.
Marco era preoccupato per lei. L’aveva vista trasformarsi in pochi mesi. Dalla ragazza allegra, gioiosa e piena di vita che aveva conosciuto si trovava davanti un corpo inerte che ogni giorno che passava accumulava tristezza. Però non sapeva come prendere in mano la situazione. Non poteva sostituirsi a lei e non poteva nemmeno mettersi a cercare al suo posto il lavoro che lei tanto desiderava. Però era fiducioso. L’amava profondamente nonostante tutto. Sapeva che una volta toccato il fondo Laura sarebbe risalita. E che la loro vita, insieme, sarebbe stata meravigliosa. «Allora hai cercato qualcosa che ti interessasse di più?» «Ma se sono stata due anni a inviare curriculum a vuoto, cosa vuoi che faccia ora?». La situazione era delicata. Una parola detta fuori posto avrebbe scatenato un litigio. E Marco non voleva litigare. Voleva solo essere felice e raccontarle le sue novità entusiasmanti. Ma ora l’entusiasmo era svanito. Parlare di sé adesso avrebbe significato ferirla ancora di più.
Il problema era che Marco a quel punto non sapeva andare avanti. Era bloccato in una discussione in cui non aveva idea di dove buttarsi. Aveva paura di ferire Laura o di dire cose che avrebbero peggiorato la situazione. E allora non disse niente. Si mise a cucinare. Laura non aveva alzato un dito. «Mangi qualcosa con me?» disse lui. «No, non ho fame» rispose lei. Come si permetteva quel tizio di giudicarla. Perché era quello che aveva sentito dalle sue parole. Come se lui, con le sue domande, avesse voluto farla sentire in colpa. Ma lei si sentiva in colpa? Sì. Decisamente. Per non aver concluso nulla nemmeno quel giorno. Appena sveglia aveva fatto colazione e aveva anche pensato di andare al colloquio per il call center. Ma poi il suo corpo era rimasto immobile. Nella sua mente qualcosa le diceva di muoversi. Ma nulla. Nemmeno un dito si era mosso. E così erano arrivate le 11, l’ora del colloquio. Lei era ancora in casa, in pigiama. Quello che era accaduto non le aveva dato la forza di reagire nel tentativo di trovare un’alternativa. Era piombata ancora di più nella sua tristezza, sopraffatta da un enorme senso di colpa.
Quello che Marco avrebbe voluto dirle era che gli piaceva guardare le sua gambe nude sul divano. Ma pure quella frase gli si strinse in gola. Lei non lo aveva accolto nemmeno con un bacio. 
Consumò la sua cena, un paio di hamburger arrosto e una scatoletta di mais. Poi andò a spogliarsi. Laura adesso si sentiva colpevole anche per non essere stata carina con lui. Anche quella era una cosa che non era riuscita a fare a causa dell’immobilità del suo corpo. La sua mente, il suo cuore avrebbero desiderato abbracciarlo, baciarlo, toccarlo. Ma i suoi muscoli glielo avevano impedito.
E così in casa si era diffusa un’aria pesante. Marco e Laura erano chiusi nei loro pensieri. Lui decise mettersi a letto e sprofondare nella lettura di un libro. Da un lato era infastidito dal comportamento di Laura, dall’altro voleva restare fuori da quel mondo infestato di paranoie e di problemi consapevole di non poter essere utile a risolverli. Laura era rimasta sul divano a guardare, senza vederla, la televisione. I suoi pensieri si accavallavano adesso ancora più di prima. Sapeva che aveva sbagliato pure con Marco. Ma la rabbia le aveva annebbiato anche i sentimenti. Così si addormentò sul divano finché non sentì il rumore della porta del bagno. Marco si era alzato e stava per andare al lavoro. Un’altra giornata stava iniziando. Per lei ancora uno strazio. Marco cercò di non fare troppo rumore. Quel giorno avrebbe incontrato il suo capo, per discutere della sua promozione. Laura non lo sapeva. E lui non aveva intenzione di dirglielo quella mattina. Chiuse la porta e uscì. Lei si alzò per andare in cucina a bere quel sorso di caffè che era avanzato.