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martedì 3 settembre 2013

Politica: il voto di scambio e la maledizione di Lurco



“Siamo nani sulle spalle dei giganti”. Dagli antichi possiamo solo imparare. E sulle loro spalle, dunque servendoci della loro esperienza, possiamo guardare molto lontano, davanti a noi. Era quello che pensava un tizio alle soglie dell’illuminismo. Si chiamava Fontenelle era un francese, filosofo con la vena poetica, mica per niente era nipote di Pierre Corneille. Insomma un figlio d’arte. Quello che in versione dispregiativa chiameremmo oggi “figlio di papà” o più semplicemente “raccomandato”, che detto così diventa un poco di buono. Sembra una bazzecola. E invece la differenza è sostanziale. Sta tutta nell’importanza che la cultura e le arti hanno avuto per i potenti nel corso dei secoli.

L’epoca augustea - alla quale non ci si crede ma noi pontini abbiamo contribuito più di quanto immaginiamo - ha brillato di luce anche grazie alle arti. Augusto - contemporaneo di Cristo che c’entra se non per dare un’idea dell’epoca storica - aveva capito che se poeti, filosofi, letterati, avessero parlato bene di lui il suo potere ne avrebbe solo goduto. Stessa lungimiranza l’ebbe il suo successore Tiberio. Figlio d’arte pure lui (e di una fondana di successo). Fate un po’ voi.
Da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (per gli amici Augusto) a Silvio (per gli amici Berluska) il passo è lungo. E nell’ampia falcata forse qualcosa l’abbiamo perso. Ché i figli d’arte son diventati figli di papà. Senza star qui a fare esempi che mi par poco garbato, sono certa che l’intuito del lettore risponderà illuminandolo con immagini esemplari. Fermo restando che il concetto si allarga ben oltre i confini del parentado.
E così che l’arte e il governo oggi sono agli antipodi. Eppure a imparar l’arte di governare si avrebbe un sicuro successo.
Per fortuna l’erba non è tutta in un fascio ma la tendenza c’è nella quantità sufficiente a preoccupare.


L’abitudine a non mantenere le promesse elettorali nasce a causa di un fondano. Un magistrato che a Roma fece promulgare una legge che aveva ottime intenzioni ma che si rivelò nostro malgrado difettosa, poiché imprigionò gli elettori nei secoli a venire in un tristissimo tranello che pare più una maledizione giacché è eterno.

Marco Alfidio Lurcone in un bel giorno di primavera decise far scorazzare nel suo giardino a Fondi alcuni esemplari di pavone. Non fu per diletto. Ma per lucida lungimiranza. Il suo diventò il primo allevamento della specie in tutto l’impero. E dato che quell’uccello esotico all’epoca pare che andasse di moda nella pavoneggiante nobiltà, Lurco diede modo alle genti della sua terra di trarre giovamento da un fiorente interesse commerciale proprio grazie ai suoi pavoni. Dai pavoni alla frutta, oggi poco cambia. I fondani hanno talento per il commercio. Meno per la magistratura. Ma pure in politica non scherzano. Lurco (nonno tra l’altro della prima imperatrice romana Livia, moglie dell’imperatore Augusto, mica cotica) promulgò la Lex Alfidia de ambitu in qualità di tribuno della plebe. In sostanza questa legge stabiliva che i candidati non potessero dare soldi agli elettori in cambio del loro voto. Pena la multa di tremila sesterzi (circa seimila euro). Che se c’è la necessità di fare una legge del genere già vuol dire che il voto di scambio era bell’e radicato. Per non parlare dei luculliani o ancor pantagruelici pranzi ché quando c’è la fame il voto non si nega a nessuno ora, figuriamoci quando si stava peggio. Un male primordiale, incurabile.
Ma quella legge era maledetta. Se il politico prometteva di dar soldi all’elettore dopo la sua elezione e poi non lo faceva era, sentite qua, esonerato dalla multa.
Va da sé che l’abitudine a far grandi promesse da burattino in campagna elettorale divenne prassi. A danno solo dei poveri elettori. Che però santo cielo aprissero gli occhi una volta.


Ecco questo tanto per farsi un’idea di quanto, nel bene e nel male, siamo vicini, oggi, a chi al governo ci è salito più di duemila anni fa.

martedì 14 maggio 2013

Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo




Vi presento la mia creatura: un piccolo manuale ad uso di tutti, per poter imparare a comunicare la propria immagine e quella della propria attività.


Lo scopo di questo manuale è quello di fornire al lettore gli strumenti basilari per costruirsi autonomamente un’immagine di successo, applicando la struttura delle strategie di comunicazione pubblicitaria alle esigenze di liberi professionisti, freelance, politici. Insomma di chiunque voglia promuoversi da sé. 
Non si sentano esclusi i creativi. Anzi. Questa guida sarà molto più utile alle menti che brulicano di idee. Fornisce infatti le basi strutturali per poter permettere alla creatività di esprimersi al meglio. Poiché anche le idee più grandiose, se non seguono un tragitto preciso, finiscono in una nuvola di fumo. E non mette al bando gli altri. Semplicemente perché tutti, nessuno escluso, abbiamo un potenziale creativo.
Un passo alla volta potrete sperimentare su voi stessi la strategia che più si addice al vostro progetto professionale.


Questo il link per scaricarlo. Consigli efficaci ad un prezzo piccolissimo: meno di 5 euro!

http://www.ultimabooks.it/come-costruirsi-una-strategia-di-successo#descrizione

lunedì 6 maggio 2013

Antonio Mattia e il finto nudo della Boldrini. Un caso politico? Una lacuna legislativa da colmare?

Antonio Mattia
«La mia idea è quella di riunificare la destra sociale, di ridare vita ad un partito che si collochi a destra del Pdl». Antonio Mattia, il giornalista indagato per la condivisione sui social network della finta foto nuda del Presidente della Camera Boldrini, non ha mai nascosto le sue idee politiche. Anzi, poco tempo fa ha iniziato ad immaginare la rifondazione di un partito di estrema destra, magari con Francesco Storace.
C'è un nesso? Vediamo di capirci qualcosa.

«Domenica - racconta il giornalista napoletano residente a Fondi - ero con dei colleghi e abbiamo deciso di fare un test su Facebook. Volevamo capire quanto gli italiani siano morbosi. Quale sarebbe stato l'effetto, cioè, che avrebbe suscitato la foto del nudo (che tutti sapevano essere un fake, tra l'altro) della Boldrini rispetto ad una, che so, di David Rossi, il responsabile comunicazione del MPS morto suicida. Ebbene le abbiamo condivise entrambe. Il risultato? Nel giro di otto ore la prima è stata condivisa 2376 volte e ha generato 116 richieste di amicizia. La seconda zero condivisioni e 3 "like"». 
Una parte della foto incriminata
C'è da dire inoltre che la foto incriminata era già presente sul web e su Facebook. «L'avevo condivisa da un altro utente» spiega.

Perché indagare chi condivide il post e non risalire a chi lo ha generato? Perché, se si segue questo criterio, non indagare almeno le altre 2376 persone che hanno fatto lo stesso?
Secondo "Repubblica" e "La Stampa" Antonio Mattia sarebbe indagato per aver travalicato «i limiti della corretta informazione, oltrepassando il legittimo diritto di cronaca e di critica giornalistica» malgrado Facebook non sia una testata giornalistica e la condivisione di un post, fortunatamente per l'ordine professionale, sia ben lontana dalla redazione di un articolo.

Ci sono tutti gli estremi, insomma, per suscitare la curiosità di chi fa questo mestiere e si pone continuamente delle domande.
Una risposta possibile, nulla più che un'ipotesi lui ce l'ha. «È possibile che qualcuno abbia deciso di monitorare le attività "filo-fasciste" sul web e di remprimerle» sostiene.
E se si trattasse davvero di una strategia repressiva, sarebbe davvero efficace? Con questo esempio dopotutto il nome di Antonio Mattia è balzato alle cronache nazionali, ha invaso tele, radiogiornali, blog e testate.
Inoltre: siamo davanti ad una questione normativa che ha bisogno di essere affrontata. 
I nuovi mezzi di comunicazione danno la possibilità a chiunque di pubblicare opinioni, contenuti e notizie, non solo ai professionisti del giornalismo. 
È necessaria una riforma della legge sul diritto di cronaca? È necessario legiferare in merito a quanto viene pubblicato sulle reti sociali e sul web? 
Non esiste alcuna regolamentazione nazionale in merito ai contenuti condivisi sulla rete. 
Il reato di diffamazione è dunque imputabile a chiunque usi i social network o solo ai giornalisti? 
È indispensabile a questo punto costruire delle risposte.






lunedì 15 aprile 2013

Politica, le relazioni nel partito: arma a doppio taglio per la comunicazione elettorale.

La comunicazione politica italiana andrebbe affrontata su due livelli.
Il primo riguarda la sfera pubblica. Ed è quello su cui tutti i consulenti in comunicazione generalmente sono concentrati. Gli addetti stampa, i portavoce sono lì per consigliare come dire cosa e a chi. Per lo più attraverso i mezzi di comunicazione più comuni. 
Il secondo livello è solitamente poco considerato dai professionisti della comunicazione. 
Riguarda infatti la gestione delle relazioni e della comunicazione interpersonale all'interno della sfera politica o istituzionale. 
È certamente capitato a molti di doversi confrontare con scelte di comunicazione pubblica condizionate, per dirne una, da "quel che può pensare il collega dello stesso partito" e le conseguenze che ne potrebbero derivare. Questione di equilibrio tra le relazioni che è necessario evidentemente mantenere. 
Non v'è dubbio che sia importante conservare la fiducia di entrambi gli interlocutori (l'elettore e il collega): il primo perché è colui da cui dipende l'acclamazione pubblica e, dunque, il voto; l'altro per il successo del gruppo politico di appartenenza e della propria carriera.
La soluzione più agevole sta nel saper gestire entrambe le attività di comunicazione nella più assoluta franchezza. Cosa non facile per il politico italiano, ma certamente fruttuosa per il proprio interesse, quello del proprio partito e del progetto politico condiviso.
Gestire le relazioni interne, adottare una strategia di comunicazione fondata su ascolto, trasparenza e fiducia sostiene la condivisione degli obiettivi ed i messaggi trasmessi al pubblico diventano inevitabilmente più incisivi, coinvolgenti ed efficaci. Il gruppo, sentendosi coinvolto, funge da cassa di risonanza. È opportuno però che ogni caso venga affrontato singolarmente, con l'affiancamento di consulenti specializzati anche sui meccanismi relazionali. 
È noto tra l'altro che nel nostro Paese le relazioni all'interno di uno stesso partito di fatto oggi sono tutt'altro costruttive. Entrano in gioco rivalità, interessi personali e competizione. 
Ma laddove le relazioni umane trasparenti prendono il posto di sotterfugi e stratagemmi improvvisati per sostenere solo il proprio personale tornaconto i risultati possono essere strabilianti. L'immagine del partito e quella di ciascun rappresentante ne guadagnerebbe nei confronti del pubblico e dunque dell'elettorato. 
Infine, anche il nostro consulente in comunicazione avrebbe una qualità di vita decisamente migliore.




giovedì 7 marzo 2013

Grillo e la strategia del pulcino. Una riflessione su imprinting e relativismo in politica.

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva il buon Socrate.
Quando Konrad Lorenz definì l'imprinting, a esempio, lo fece dopo aver osservato il comportamento di alcune specie animali. Poi vinse il Nobel.

Prendiamo i pulcini. È provato che se nei primi secondi immediatamente dopo la nascita osservano un solo individuo, chiunque esso sia, (perfino un uomo) loro riconoscono in lui la propria madre. L'imprinting è presente anche nei mammiferi e, seppur con peso inferiore, nell'uomo.

Ora, tenendo conto di ciò, le nostre ricerche possono andare avanti, abbracciare il comportamento umano e giungere ad alcune riflessioni che possono interessare le strategie di comunicazione e finanche la direzione dei movimenti politici.
Riflessioni che possono servire ad avere una maggiore consapevolezza sulle scelte di elettori e candidati, di linguaggi e obiettivi. E magari consentire ai professionisti interessati di effettuare scelte definitivamente più autonome.

Teniamo conto che l'imprinting condiziona il comportamento dell'esemplare per tutto l'arco della sua vita. Le sue scelte, dalla ricerca del partner all'accoppiamento, alla vita di relazione alla ricerca del cibo, fanno affidamento anche sulla buona riuscita del l'imprinting.
Ma cosa può avere a che fare una simile scoperta con la comunicazione politica?
Uno step alla volta ci arriviamo.

Secondo Dan Ariely, appassionato ricercatore del comportamento umano specie in riferimento alle scelte che condizionano il mercato, le decisioni dell'uomo non sono mai frutto di una sua libera e consapevole scelta.

A meno che.

A meno che non diventi davvero cosciente dei suoi imprinting. Ariely prova, attraverso numerosi esperimenti, che l'imprinting condiziona tutte le nostre scelte. Pare che il nostro cervello sia dotato di una sorta di memoria nella quale vengono impresse le prime esperienze, di qualsiasi genere esse siano. Non solo dunque quella legata al riconoscimento del genitore.
A quanto pare il fenomeno si propone quando vediamo associato per la prima volta un prezzo ad un determinato prodotto. Quel prezzo funge, nella nostra memoria, da àncora. Qualsiasi altra variante incontreremo rispetto a quello stesso prodotto, la paragoneremo sempre alla nostra prima esperienza, al primo prezzo, all'imprinting.

Insomma questo è il punto cruciale del nostro ragionamento. Che conduce ad un concetto inevitabile: quello del relativismo.

Tutto ciò che accade nella nostra vita non è dovuto a scelte assolutamente libere ma è inevitabilmente relativo. Frutto, in parole povere, di preconcetti. Ma attenzione: preconcetti difficili da sradicare se non si coglie fino in fondo il motivo della loro esistenza, ossia l'imprinting che li ha generati.

Arriviamo dunque a riflettere sulle scelte politiche.
Non c'è esempio migliore di ciò che è sotto gli occhi di tutti in Italia. Siamo nel mezzo di un mutamento radicale della geografia politica. Il popolo ha deciso a chi dare il proprio voto sulla base delle esperienze acquisite al governo negli ultimi anni. È in riferimento a quel modo di gestire la politica e la cosa pubblica (l'àncora) che è nato il Movimento Cinque Stelle, per esempio.

E allora dove sta la vera innovazione? Non c'è in realtà. Il M5S non è un partito nato da una libera scelta. E, probabilmente per questo motivo (azzardo una previsione) non potrà avere il successo che promette. Ciò non vuol dire che le altre scelte degli elettori non siano state condizionate. Anzi. Tutto, davvero tutto, dipende dall'esperienza che gli elettori hanno usato il 24 e 25 febbraio 2013, come termine di paragone. Sempre più frequentemente può capitare di sentirsi dire: "Ho votato il male minore", questione di triste relativismo.

Cosa potrebbe dunque fare un professionista della comunicazione in questo caso?
Innanzitutto valutare la sua strategia con la maggior consapevolezza possibile, tenendo conto del relativismo delle scelte. Tentare di tradurre la stessa consapevolezza nella redazione di un programma politico, a stretto contatto con il candidato o il partito.

Entrando nel merito della strategia è importante che sia consapevole dell'influenza del l'imprinting sull'elettorato. Dovrà cercare di curare la reputazione del candidato, lanciare messaggi chiari, precisi e stare attento al livello di qualità associato a: dichiarazioni, comunicazioni, interviste, attività promozionali. Il primo impatto infatti sarà quello di riferimento per il suo elettorato.

È importante poi liberarsi dai propri imprinting. Capire fino a che punto le proprie scelte di comunicazione politica sono condizionate da quelle altrui e, paragonandole all'impatto che avrebbe un'operazione di marketing sul mercato, decidere quale scelta conviene effettuare per ottenere la risposta adeguata alle proprie necessità e non condizionata da giudizi relativi. Offrire il proprio prezzo e misurarlo solo con la risposta che si vuole ottenere.

Una volta raggiunte le consapevolezze sul relativismo
delle scelte comunicative e programmatiche, è possibile gettare le basi per un governo fatto di partiti realmente liberi.

Approfondimenti: Dan Ariely, Predictably Irrational, ed. Harper Collins



venerdì 1 marzo 2013

Umanesimo 2.0 e la strategia vincente del M5S

La rivoluzione digitale, l’uso smodato dei social network, dei blog, e tutti i nuovi canali di comunicazione hanno portato l'uomo al centro del mondo. Il singolo individuo ha un ruolo attivo e protagonista.
Oltre al mutamento dei media, dunque, anche questo spostamento del target ha condizionato parecchio, se non stravolto, la comunicazione pubblicitaria, ad esempio. 

Tutta la strategia viene cucita attorno all’utente, alle sue emozioni, ai suoi bisogni, alla sua identità. 
La gente vuole essere vista e ascoltata. Vuole essere capita.

E chiunque abbia intenzione di pianificare una strategia di comunicazione per conquistarsi la sua fetta di pubblico in questo momento deve tenerlo in considerazione. 
Basta osservare gli spot virali sempre più diffusi sul web (e sempre meno in tv), che mettono l’uomo al centro delle loro strategie. 

La comunicazione politica italiana nel 2013 ancora non ha raggiunto questi livelli di coinvolgimento ma è lì che è importante giocarsi le proprie carte.

Vediamo cosa è accaduto, tenendo conto di queste considerazioni, nel corso della recente campagna elettorale per le elezioni del governo nazionale e di alcuni governi regionali.

Nicola Zingaretti per la sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio come claim (la promessa fatta agli elettori) ha scelto il titolo della canzone di John Lennon “Imagine” (Immagina). L’idea, ricordando il testo di quel brano, è quella del ritorno alla pace, alla libertà e alla collaborazione, evidentemente in rottura con il precedente governo guidato da Renata Polverini e caduto a causa degli scandali del denaro pubblico sperperato da alcuni esponenti del Pdl. Ha funzionato da un lato perché il momento lo permetteva, dall’altro perché proprio in considerazione di quel momento critico ha fatto leva sui bisogni dei cittadini.

È stata di grande successo anche la strategia personale di Silvio Berlusconi che ha avuto l'intuito di far ruotare la sua campagna elettorale tutta attorno ad una promessa che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di fare: Vi restituirò l’Imu. Ha affondato il colpo laddove era più fresca la ferita del governo tecnico di Mario Monti. Si è distinto dalla concorrenza. Ha usato i social network ed ha parlato direttamente ai suoi elettori. Ha ascoltato i loro bisogni, la loro rabbia più profonda e l’ha placata. Questa è stata l’arma che gli ha permesso, incredibilmente, di tornare ad avere un grande consenso da parte degli italiani.

Non è stata convincente la strategia del Partito Democratico per le politiche. Nessuna promessa forte, nessun obiettivo chiaro, nessun target di riferimento, comunicazione tradizionale. E il risultato non è stato quello che tutti si aspettavano. A dimostrazione di quanto sia importante, anche se si è favoriti dalle circostanze, avere una strategia di comunicazione ben strutturata.

Il fenomeno più interessante delle elezioni 2013 è stato Il Movimento 5 Stelle. Apparentemente non aveva nessun claim. E invece quello che ha portato i sostenitori di Beppe Grillo al successo è stato qualcosa di molto simile a quello che abbiamo passato in rassegna fino ad ora. Aveva un obiettivo, un target preciso, elementi di valore e di innovazione. E una promessa forte.
L’obiettivo degli emmecinquessini era quello di conquistare il Parlamento.
Il target: tutti gli elettori e i cittadini stanchi di votare le solite facce, i soliti partiti, di pagare tasse per sostenere il lusso dei vecchi parlamentari. Quelli, insomma, che volevano un cambiamento concreto.
Innovazione e valore: il movimento è nato nelle piazze, ha un’impronta rivoluzionaria, ha ascoltato le persone e le ha rese protagoniste. Non ha solo ascoltato i loro bisogni ma ha dato loro la possibilità di avere il potere di cambiare, candidandole.
Ha abbattuto la concorrenza poiché ha portato avanti idee di rottura totale con il concetto di politica tradizionale.
Promessa: Abbassare gli stipendi dei parlamentari, ridare potere al popolo, eliminare il gap tra Parlamento e cittadini. E soprattutto tornare al concetto di un governo servitore.
Niente slogan ufficiali, propagande pubblicitarie, spot. Solo strade, piazze. Lontano perfino dai giornalisti. Una follia. E invece ha funzionato.

Probabilmente proprio per la necessità palpabile dell’uomo di tornare al centro del mondo. Una conferma, dunque, del fatto che la comunicazione oggi più che mai deve prestare ascolto ai bisogni delle persone e renderle protagoniste.

domenica 24 febbraio 2013

Elezioni, la prima a perdere è la comunicazione politica. Lontana dai cittadini

L'idea che da domani sera l'Italia cambierà volto non convince gli italiani
Il timore più diffuso è che da questa tornata elettorale non non esca nessun vincitore, mettendo da parte le inevitabili analisi relativistiche che si affacceranno sulla scena pubblica immediatamente dopo lo spoglio.

Non che sia il peggiore dei mali. Siamo un popolo disorientato e questo è il vero dramma.

La prima grande sconfitta è già percepibile alle prime luci dell'alba di oggi, domenica 24 febbraio 2013, prima giornata di voto.

La campagna elettorale non è stata efficace. 

Che siano le strategie di Monti, Berlusconi, Meloni, Grillo, Ingroia e compagnia (ognuno per carità ha avuto i suoi momenti felici e le cadute di stile) ma il fatto concreto e tangibile è che gli italiani stamane non sanno ancora chi votare.

Sono spaesati, confusi, non hanno punti di riferimento. E questo, bando qualsiasi critica peculiare, vuole dire solo una cosa: che i movimenti per quanto abbiano messo in campo forze, energie e soldi, non hanno saputo conquistare davvero

Siamo dentro la rivoluzione. Qualcosa sta cambiando. Gli ideologismi appartengono ormai al secolo scorso. Siamo in una nuova era. Ma ancora dobbiamo capirla.

Un'analisi attenta dei mutamenti, dei bisogni delle persone, dei loro canali di ascolto, dunque, sarebbe stata opportuna e avrebbe certamente prodotto effetti migliori.

Penso all'esigenza, ad esempio, della nuova comunicazione pubblicitaria, di avvicinarsi agli individui. Il potenziale cliente di Coca-Cola, mettiamo, se ne frega altamente se la bibita lancia un prodotto bello, buono e accattivante. Quello che conta oggi è che quella bevanda soddisfi una sua necessità. 

Sono i meccanismi affascinanti di quello che in gergo creativo viene chiamato "insight" (termine preso in prestito dalla psicologia) e che in sostanza mete al centro i bisogni delle persone. Sulla stessa linea si muovono gli strumenti che abbiamo disposizione per comunicare: i social network, decisamente orientati all'individuo e le strategie di marketing di prossimità come la guerrilla.

Un bell'esempio è quello dei più recenti spot Nivea che circolano nella rete.

Qui i pubblicitari si sono divertiti ad irrompere nella vita di persone comuni, in attesa all'aeroporto, con uno scherzo al cardiopalma che li ha resi protagonisti. 
http://www.youtube.com/watch?v=_gWk_yKtEdo

Un progetto nato dall'ascolto delle esigenze della gente, come lo spot interattivo che propone un primo appuntamento a cena dove l'utente può decidere di mettere in difficoltà la povera ragazza, che però saprà sempre come cavarsela perché indossa il deodorante Nivea.
http://www.youtube.com/watch?v=XpO0eoh3hGs

L'esplorazione di nuove vie di comunicazione orientate alla persona è l'unica strada percorribile oggi per poter conquistare il proprio pubblico. Lo stesso, ne sono convinta, vale per la comunicazione politica.

Ma questa campagna elettorale ha mancato il segno. I cittadini non si sentono protagonisti. E oggi, sono confusi più che mai.



martedì 5 febbraio 2013

Come combattere la sfiducia degli elettori. Alla ricerca di un'ipotesi strategica.



Arrivare a conquistare un voto significa essersi guadagnato la fiducia di un elettore.
Quando però l'ardua impresa non riesce si passa all'uso di strumenti come il voto di scambio, le minacce, le promesse ai disperati. E via dicendo.
Il che può anche funzionare. Ma non a lungo termine.

Conoscere i motivi della sfiducia dei cittadini è dunque un passo fondamentale per qualsiasi candidato che voglia davvero conquistare un ampio bacino elettorale. Con conseguenze solide e a lungo termine.

È opinione diffusa che tutti i candidati hanno un interesse personale. Gli italiani, in particolare, di una cosa sono davvero certi: l'interesse dei candidati è quello di conquistarsi la poltrona

E questo è innegabile. Perché è la verità. Chiunque abbia scelto di fare politica ha interesse a fare carriera. Non potrebbe essere altrimenti. Anche un medico, un insegnante, un artigiano vogliono avere successo nel proprio lavoro. Ed è altrettanto chiaro che un politico farà il possibile per ottenere quel posto

Ma gli italiani vanno oltre. L'esperienza degli ultimi anni ha rafforzato in loro l'idea che i politici non solo vogliono vincere le elezioni per avere una poltrona e fare carriera. Soprattutto hanno sete di potere, di soldi. Il male diffuso che un candidato oggi si trova a dover fronteggiare e sconfiggere è l'idea che i politici vogliano assicurarsi un posto in prima fila che gli permetta di vivere una vita agiata, nello sfarzo e nella lussuria

Sono passati duemila anni dall'Impero e poco è cambiato.

Ma tant'è. Se questa è la realtà bisogna guardarla in faccia. 

Il conflitto d'interesse, secondo il ricercatore Dan Ariely, è scolpito in ciascun individuo. Il problema è che in alcuni casi nemmeno l'individuo stesso ne ha consapevolezza. Magari crede di avere solo ottime intenzioni. E se riusciamo ad avere la percezione di quanto siamo ciechi davanti ai nostri veri e profondi interessi figuriamoci quanto possiamo esserlo degli altri.
Quello che conta dunque è essere onesti. E non è un luogo comune. È una sfida.
Nessuno sarebbe così stupido da voler ammettere i propri difetti in pubblico. Nessuno crederebbe ad un venditore porta a porta che elencasse i difetti dell'aspirapolvere che vuole venderci.
Ma ne siamo proprio sicuri?

Mettiamo che un candidato domani decida di rilasciare questa dichiarazione
"Prometto di cancellarmi lo stipendio una volta eletto. Prometto di conservare integra la mia famiglia per dare un buon esempio alla cittadinanza. Prometto di impegnarmi per il bene del paese".
Nessuno lo crederà

Mettiamo che invece quel candidato domani dichiari:
"Mi sono candidato perché voglio conquistare la mia poltrona al governo. Voglio fare carriera, voglio avere potere". 
Sarà paradossalmente molto più credibile

Avrete molta più difficoltà a credere in un venditore porta a porta che vi presenta solo i pregi del suo aspirapolvere.

È chiaro che non è esattamente questa la strategia di comunicazione che consiglierei ad un candidato.
Ma inizierei certamente a ragionare sulla consapevolezza dei meccanismi di fiducia, attorno all'idea dell'interesse personale per iniziare a scardinare il muro della sfiducia.

lunedì 4 febbraio 2013

Bersani: illeggibile la mail agli elettori. La Testa lo fa a pezzi.

È tra i candidati favoriti alle prossime elezioni. Sa (presumiamo) che per coinvolgere gli italiani deve comunicare bene.

E Pierluigi Bersani che fa?
Scrive una bella letterina e la spedisce a migliaia di contatti mail.

Una di queste va a finire dritta dritta nella casella postale della guru della comunicazione italiana: Anna Maria Testa. (Che poi, dico, lo sai che ce l'hai nella mailing list: fai un po' di attenzione).

A lei, che la campagna del PD sta davvero a cuore (e non lo nasconde), iniziano a prudere i polpastrelli. 
Così prende la letterina di Pierluigi, la disseziona, parola per parola e spiattella il risultato dell'operazione sul suo blog nuovoeutile.it 

Insomma: un esempio di come non dovrebbe mai essere scritta una mail elettorale. Di quanto sia fondamentale non affidarsi a stagisti, segretari o specialisti del copia e incolla se si vogliono davvero ottenere dei risultati dalle operazioni di comunicazione che ci accingiamo ad intraprendere.

E pure se alla fine, a leggere lo sfogo della Testa, ti figuri la maestrina che rimprovera lo scolaretto, la lezione serve. Eccome.

"Scrivere una mail efficace non è semplice. Bisogna prestare attenzione per a) non scrivere sciocchezze, b) non mettere insieme un testo che sta a metà tra un circolare, un comunicato-stampa e un volantino c) dire cose interessanti e rilevanti per il destinatario, fargli capire bene  che cosa ci si aspetta da lui e motivarlo ad agire. Un mailing ben fatto è un ottimo strumento:  veloce, relativamente poco costoso, caldo sotto il profilo della relazione. Permette di di trasmettere a ogni destinatario messaggi profilati e calibrati sulle sue attese e i suoi orientamenti. Nell’ultima campagna elettorale Obama l’ha usato molto, e lavorando di fino sul linguaggio alla ricerca di formule semplici e naturali: guardatevi queste sei variazioni su una mail per il fundraising."

Serve a tutti coloro che non immaginano quanto siano importanti le parole per coinvolgere, acchiappare e conquistare il proprio pubblico. E quanto bisogno ci sia di comunicatori professionisti.

Dunque, signori, leggetevi l'articolo.

http://nuovoeutile.it/bersani-mi-scrive-e-mi-parte-lembolo/



venerdì 1 febbraio 2013

Alle parole dei politici non ci crede nessuno. Lo dimostra un test.



Il sole è giallo. Elementare.
Eppure se a pronunciare questa frase fossero Silvio Berlusconi, Mario Monti o Pierluigi Bersani molti di voi la metterebbero in dubbio. 

È il risultato di un esperimento sulla fiducia che le persone ripongono in un qualsiasi partito politico o in una marca.
Lo racconta l'economista comportamentale Dan Ariely in "Predictably Irrational"(tradotto in italiano da Rizzoli "Prevedibilmente Irrazionale").

Presi due gruppi di individui, al primo gli studiosi hanno chiesto se credessero che frasi come "il sole è giallo" o "un cammello è più grande di un cane" fossero vere o false. Naturalmente il 100% ha risposto che le credeva vere.

Al secondo gruppo è stata data un'informazione in più. È stato detto loro che quelle frasi erano state pronunciate da tale partito politico o tale azienda.
Il risultato è stato che gli intervistati hanno espresso molti più dubbi sull'affidabilità di quegli assunti. («Certo - il sole - è giallo, ma ha anche delle macchie rosse sulla superficie e a volte sembra bianco, dunque è davvero solo giallo?»)".

Roba che dovrebbe far rizzare i peli a tutti coloro che si cimentano sia nella vendita che in una campagna elettorale. 

Che gli italiani siano sfiduciati nei confronti della politica è un dato inopinabile. Basta uscire in strada e chiederlo a qualsiasi cittadino. 

Chi invece non sembra preoccuparsi affatto di quanta fiducia ripongano gli elettori nei politici sono proprio loro, i protagonisti della scena elettorale. Cosa fanno per conquistare il loro pubblico? 

Volessimo dar retta a Ariely una speranza ci sarebbe. "Dopotutto - scrive - gli esseri umani sono animali naturalmente sociali e fiduciosi e tendono a credere gli uni negli altri anche di fronte a motivazioni razionali contrarie".

Segnala allora il caso di Comcast, fornitore americano di servizi per la comunicazione e collegamenti via cavo, dove il direttore del reparto assistenza digitale si è andato a cercare le lamentele degli utenti prima che arrivassero a destinazione, dunque su forum e social network e ha fornito loro le soluzioni prima che potessero denunciare i malfunzionamenti. Arrivando prima, insomma, che potesse generarsi la sfiducia nel servizio.

Il problema nella politica italiana è serio. Per questo servono strategie nuove. 
Riconquistare la fiducia, una volta perduta, come insegna la favola di "al lupo, al lupo!" non è affatto semplice. È un percorso difficile e a lungo termine. Ma prendere consapevolezza del problema "fiducia" sarebbe già un ottimo inizio.

D'altronde, il sole, checché se ne dica, è giallo.