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lunedì 4 aprile 2016

Quando un'insufficienza diventa valore. Avevo 5 a storia: oggi pubblico un romanzo storico.

A storia avevo la media del 5. E per un soffio non sono mai stata rimandata a settembre.
Qualche anno dopo mi sono innamorata di epoche e personaggi passati e ho scritto un romanzo. Storico.
Sarà stata una rivincita sul liceo? Può darsi che sia anche così, ma non è stato per questo che ho scritto Amyclae.
Mi sono chiesta spesso come sia stato possibile che una come me - che alle superiori i paragrafi di storia ci provava anche (qualche volta) a studiarli, ma finiva inevitabilmente a trascorrere ore facendo ghirigori sul lato del testo - abbia scritto un romanzo storico.
E in qualche modo, una spiegazione me la sono data.

Forse non tutti gli studenti possono innamorarsi della storia. Ma certamente gran parte di coloro che potrebbero appassionarvisi non potranno mai scoprirlo davanti ad un testo scolastico, con il linguaggio e il metodo di insegnamento che tutt'oggi viene usato dagli insegnanti.
Per me era terribilmente noioso. Non trovavo nulla di interessante nell'elencare i fatti, le cause e gli effetti delle azioni degli uomini o degli eventi, date, modificazione degli Stati, ecc.
L'effetto che avevano su di me era terribile. Come prendere un sonnifero e obbligarmi a dover restare sveglia portando sulle spalle una trave di ferro. Ecco. Questa è la sensazione esatta: pesantezza e sonno. Una fatica enorme che tra l'altro portava a zero risultati. Naturalmente non ricordavo nulla di ciò che veniva spiegato in classe o che studiavo sui libri. Per cui l'enorme fatica che facevo non veniva nemmeno compensata dalla soddisfazione di portare a casa un bel voto.
Qualche anno dopo però ho scoperto qualcosa.
Che sembrava avere il fascino di una favola. Per esempio quella dell'antica e leggendaria città di Amyclae. 
E ho deciso che volevo saperne di più. Volevo conoscere la storia di coloro che forse l'avevano costruita e vissuta. Di quelli che ne avevano scritto, fungendo da testimoni per noi.
Mi sono innamorata delle vite degli uomini che hanno attraversato gli anni passati, delle loro passioni, delle loro guerre, dei loro costumi.
Li ho osservati da vicino. Li ho immaginati vivi, combattere per i loro ideali, ribellarsi alle convenzioni del loro tempo. Perché loro sono quelli che hanno fatto lo storia. 
Sono andata ad esplorare le epoche che mi interessavano, ho scavato nelle vite, nelle abitudini quotidiane degli antenati. Ho letto biografie, romanzi, saggi monografici con una voracità impressionante.
Così, ho capito. Che le insufficienze a scuola non contano nulla. Non decidono cosa è bene o male per un ragazzo. Non devono influenzare le scelte degli studenti. Perché magari hanno solo bisogno di un metodo diverso di insegnamento. Che faccia scoprire loro davvero a cosa appassionarsi.
Eppure ancora oggi molti giovani si sentono condannati da un brutto voto. 
Insegnanti e genitori insegnano loro che andare bene a scuola significa essere bravi e accettati socialmente. 
Stronzate. 
Assecondare le proprie passioni, vivere, essere curiosi, questo rende maturi. 
Nessuno mai dovrebbe permettersi di giudicare insufficiente uno studente perché non ha studiato. Dovrebbe piuttosto chiedersi cosa lo appassiona e aiutarlo a coltivare la sua strada nel modo più adatto ai suoi bisogni. 
La scuola non può essere uguale per tutti. Ogni ragazzo ha bisogno di essere giudicato nella sua unicità. 
Questa è la differenza tra uguaglianza ed equità. 
Io ci sono arrivata tardi, ma sono l'esempio che le insufficienze scolastiche non hanno alcun potere sul nostro futuro, su ciò che desideriamo e che possiamo diventare.



martedì 6 gennaio 2015

La tomba di Ulisse è al Circeo. Ma nessuno l'ha ancora trovata




E se il corpo di Ulisse si trovasse al Circeo? Se l’eroe omerico fosse stato sepolto da Circe, la maga dalla quale - durante il suo passaggio lungo la costa pontina - aveva avuto un figlio, Telègono? Sarebbe una grande rivelazione. Tanto clamorosa quanto la scoperta del teschio neandertaliano a Grotta Guattari. Solo che di Ulisse non esiste nemmeno un brandello di ossa. Toccherebbe stanare tutte le grotte del Circeo. Magari aspettare la costruzione di un nuovo albergo. In ogni modo è dura. Sperare di trovare i resti di Ulisse al Circeo è quasi un’utopia. Ma mai dire mai. Soprattutto se si parla di ricerca storica. Quanto alle fonti, quelle ci sono. Letterarie, come quelle che parlano di Amyclae, la città fondata in un’area non bene individuata nel triangolo tra Terracina, Fondi e Sperlonga che fu distrutta dai serpenti (“Amyclae a serpentibus deletae” diceva Plinio). Ci vuoi credere? Io sì. Forse pecco di “localismo” (come dice il buon prof. Antonio Di Fazio che di archeologia e storia ne ha giustamente da vendere), una cosa che, mi pare di aver capito, ha a che fare con un pizzico di campanilismo. Che non guasta mai. Però. Se a me non viene il dubbio nessuno si mette a cercare. E nessuno troverà nulla.

Dicevamo. Dante, nel XXVI canto dell’Inferno aveva fatto finire le avventure del grande eroe omerico oltre le colonne d’Ercole, dov’era vietato addentrarsi, risucchiato con i suoi uomini, dal mare in tempesta. Secondo la storia raccontata da Omero invece Ulisse perì per mano del figlio che non lo aveva riconosciuto, a Itaca. Ma che fine fece il suo corpo? Alcuni miti sostengono che la dea Minerva ordinò a Telègono di riportare il padre nella terra di Circe. Ed eccoci qua.
Di questa ipotesi è convinta la direttrice del museo archeologico nazionale di Sperlonga, Marisa de’ Spagnolis che ricostruendo la storia di Tiberio, l’imperatore che nella grotta costiera si fece una sontuosa villa dedicata alle avventure del navigatore greco, ha ripercorso anche le tracce dell’eroe omerico. Che, tra l’altro, pare fosse pure un suo lontano avo (non della de’ Spagnolis, che pure ha nel sangue astuzia, coraggio e curiosità, ma di Tiberio).
“Com’è, come non è” la teoria che vedrebbe le ossa di Ulisse sepolte in qualche anfratto del monte Circeo resta salda su alcune fonti. Quelle, secondo la de’ Spagnolis, che si rifanno ai racconti mitologici che nel periodo augusteo erano stati scritti e diffusi con estrema accuratezza. Nessuno poteva contraddirle. Per la gente dell’epoca quella era la sacrosanta verità. Ma che quei racconti fossero davvero corrispondenti ad una realtà storica oggi poco importa. 
«Alle leggende - dichiara l’archeologa - c’è chi ci crede e chi no. Ma se non se ne tiene conto la ricerca si ferma». 
Dunque, noi andiamo avanti. Punto primo: le fonti ci sono. E parlano chiaro.
Il resto è quello che dicono: una ricostruzione degli eventi a metà tra il mito e la storia.
In una delle sue liete soste presso la maga Circe nel corso del suo lungo viaggio per mare, Ulisse generò un figlio, Telègono. Ma il padre tornò ad Itaca e quel figlio non lo vide mai più. Finché un giorno Telègono decise di andare a cercarlo. Circe gli disse che si trovava ad Itaca così lui organizzò la spedizione, che tanto somigliava al lungo viaggio del padre. Ma Telègono dopo giorni e giorni di viaggio naufragò con la sua ciurma. Finì su un’isola che in realtà era Itaca, ma lui, un po’ stordito dal viaggio e dal naufragio, un po’ perché non si era dotato evidentemente di grandi esperti di carte nautiche, non lo sapeva. Dal canto suo Ulisse, che non si aspettava certo di dover accogliere quel giorno il proprio figlio sull’isola, pensò ad un attacco nemico e si avventò contro i naufraghi. Nella battaglia fu proprio lui ad avere la peggio. Telègono uccise il padre con una lancia intinta nel veleno di una razza marina. E così si realizzò la profezia secondo cui Ulisse sarebbe morto per mano del figlio e del mare. A quel punto, oracolo per oracolo, intervenne la dea Minerva. Che, rivolgendosi a Telègono, disse: «Prendi il corpo di tuo padre e riportalo da Circe che lo seppellirà». E così, visti i precedenti, lui obbedì. Prese il corpo del padre, lo caricò sulla sua barca e lo portò al Circeo, dove, secondo la leggenda riportata dagli autori dell’epoca augustea, fu sepolto. Alla povera Penelope nemmeno la consolazione di poterlo avere da morto, suo marito. Ma tant’è. Quando una donna nasce Penelope muore Penelope. È destino. Fatto sta che secondo questa ricostruzione il corpo di Ulisse sarebbe dunque finito al Circeo. E se la famosa maga un po’ ci teneva a quell’amante, nonché padre di suo figlio (e che per strani avvenimenti da feuilleton che spiegheremo altrove, era anche suo suocero) c’è da credere che gli abbia fatto una signora tomba. Tutto torna dunque. Il problema resta uno e fondamentale: dove stanno i resti di Ulisse?

venerdì 31 ottobre 2014

Amyclae: storia o leggenda?


«Attente ai serpenti!»
Calpesto la terra brulla tra sassi che s’impongono da un passato troppo lontano e sento il cigolìo di carriole, l’affossarsi secco delle pale, le voci di uomini e donne che scavano e discutono, si chiamano, in una lingua che non conosco e che, eppure, deve essere nel mio dna. Ne sarei sicura se quelle pietre potessero parlare. Se potessero raccontarmi degli uomini che le hanno piazzate lì, col sudore, la fatica. Per costruire un tempio, dedicato ad Apollo, in cima alla collina di Haghia Kyriaki nei pressi di una cittadina a sud di Sparta. Che si chiama Amykles. Come quella Amyclae di cui narrano alcuni scrittori latini e che doveva trovarsi sulla costa pontina.
“Et ubi fuere Amyclae a serpentibus deletae”.
Ho sentito qualcosa. Nel confuso rumore del gruppo di archeologi intenti a scavare, la mia mente ha istintivamente selezionato una frase: «Attente ai serpenti». Non è che abbia subito collegato. Il misterioso meccanismo dei miei neuroni ci ha messo qualche secondo a fare clic. Poi ha spalancato una porta sulla storia.
Lo aveva scritto Plinio nella sua Naturalis Historia che Amyclae era stata distrutta dai serpenti.
Stavros Vlizos, vice direttore degli scavi al tempio di Apollo amiclano, a sud di Sparta, nella moderna frazione di Amykles, ancora non lo sa. Ma ha detto una cosa importante.
E ce l’aveva proprio con me che pochi minuti prima ero stata catapultata senza alcuna premeditazione in quel posto di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. E mi ero presentata a lui, come a tutti quelli che incontravo, così: «Salve, io vengo dall’Amyclae italiana». Lui aveva sbarrato gli occhi. Pietrificato e allo stesso tempo agitato nel profondo delle viscere da una di quelle emozioni folli che travolgono solo chi è talmente appassionato del suo lavoro al punto da inebriarsi per un’ epifania apparentemente insignificante. Era come se davanti a lui si fosse personificato il passato. L’antichità che fino ad un attimo prima aveva nella sua mente uno schema preciso: gli spartani avevano conquistato l’oriente, non si erano mai spostati ad occidente. Città col nome di Amyclae esistono tutt’oggi ma ad occidente no, non c’erano. E invece io ero la prova vivente: lì davanti a lui. Fran. Deve aver traballato. Un attimo. Poi è passato all’incredulità.
Ad Amykles, quella greca, io ci sono voluta andare. Per vedere se potevo scoprire qualcosa di più su quella civiltà di cui alcuni scrittori latini hanno narrato l’esistenza ma che è rimasta stampata solo nella leggenda.
Qualcosa mi dice che nelle mie vene ci sono gocce amiclane. Di quel popolo greco che in un’epoca imprecisata sbarcò sulla costa tra Sperlonga e Terracina e fondò una città che si chiamava Amyclae. Secondo alcuni storici moderni gli amiclani nel VI secolo a.C. dovevano essere già in quel posto nel Lazio. Nello stesso momento in cui la Grecia scopriva tutta la sua forza e il suo splendore. Poco prima, forse, o subito dopo, che Sparta decidesse di rompere con Atene.
«Taranto era una colonia di Sparta e possiede un tempio di Apollo. È l’unica connessione che io conosca degli amiclani con l’Italia». Dopo lo shock iniziale Stavros vuol fare chiarezza. E ci racconta quello che sa. «In un primo momento, ad Amykles c’era il culto di Giacinto, un eroe locale. Poi con l’arrivo dei Dori il popolo ha iniziato a venerare Apollo». Il che significa che Sparta voleva essere il simbolo del potere, forse appunto dopo la rottura con Atene.
Gli archeologi non sono riusciti ancora a datare la costruzione del tempio di Apollo amiclano. Quel che si sa è che, stranamente, fu progettato da un ingegnere chiamato dall’oriente, Baticle di Magnesia, uno sconosciuto praticamente. Perché proprio lui? «Questo non lo sappiamo. Forse per ragioni diplomatiche, forse per conoscenze, insomma quello che oggi chiameremmo una raccomandazione».
Ma risalire alla costruzione del santuario è importante anche per la nostra Amyclae, quella pontina.
«Abbiamo individuato un muro di contenimento. E quest’anno abbiamo trovato anche alcune tracce della parte mancante, quella ad ovest. Secondo le mie ipotesi - prosegue Vlizos - ci sono due muri di contenimento. Uno risale circa al 400 a.C. L’altro, quello che sicuramente è stato innalzato insieme al tempio di Apollo, è più antico. Alto sette metri, quanto la statua che ritraeva la divinità, e largo tre, grazie all’utilizzo della stessa roccia naturale, potrebbe risalire al VI secolo a.C.». Dunque all’epoca in cui dovrebbe essere stata fondata l’Amyclae del Lazio.
A un certo punto però Amykles scompare. Forse per l’invidia della vicina Sparta, forse per l’invasione dei Dori o di qualcun altro. Fatto sta che l’antica cittadina della Laconia il cui unico errore potrebbe essere stato quello di mostrare il suo splendore, è stata disintegrata.
«Nessuno ha mai trovato tracce di quel popolo antico» commenta Stavros.
E io resto sbalordita perchè ancora una volta la sua Amikles somiglia alla mia Amyclae.
Nel triangolo tra Sperlonga, Terracina e Fondi non c’è traccia certa di insediamenti che possano collegarsi a quella civiltà che si dice fu fondata da Castore e Polluce e il cui primo re fu il giovane Camerte.
Stavros Vlizos continua a tirar fuori informazioni.
«Agli amiclani era stato imposto di non parlare».
“Qui fuit Ausonidum, et tacitis regnavit Amyclis”. È ancora Plinio. Pure Amyclae regnava in silenzio. “Mihi necesse est loqui, nam scio Amiclas tacendo perisse” riporta Servio. La città che morì tacendo.
C’è qualcosa che non va. O i latini hanno fatto confusione o qualcuno, come fa notare Stavros Vlizos, desiderava appropriarsi della storia e delle leggende dell’Amikles greca.
È possibile che qualcuno abbia fatto confusione. Troppe cose coincidono.
Eppure non è detto che gli amiclani della Laconia una volta cacciati dalla loro terra non siano sbarcati sulle coste del Lazio e abbiano ricostruito la loro stessa civiltà. E che con loro abbiano trasmesso alla gente del posto, gli osci e gli ausoni, la loro storia. Però poi anche da qui Amyclae è sparita. Qualcuno ha parlato pure di un tempio di Apollo costruito lungo la via Appia, tra Fondi e Itri. L’ipotesi potrebbe essere che gli amiclani, cacciati dalla piana o dalla costa di Fondi, abbiano deciso di spostarsi verso l’interno. Ed ecco che a Lenola si parla di un secondo tempio dedicato ad Apollo. Sepolto sotto le rovine della chiesa della Madonna del latte, in cima ad un colle. Come ad Amikles, dove sulle rovine del tempio di Apollo era sorta una cappella cristiana.
Io dico che Amyclae esiste.
Una delegazione di archeologi guidati da Stavros Vlizos, che nella sua vita oltre a supervisionare gli scavi al tempio di Apollo amiclano è assistente al direttore del museo Benaki e insegnate universitario tra Corfù e Patrasso, sta progettando il suo viaggio nella terra di Amyclae in Italia. Una sorta di gemellaggio storico-archeologico nel quale gli esperti ricercatori dell’antica civiltà pontina si confronteranno con quelli della “civiltà madre”. Con la speranza di disegnare finalmente i contorni di una leggenda rimasta avvolta per millenni nel più profondo mistero.
E allora saremo noi a dire: «Attenti ai serpenti!»



Pubblicato su Il Territorio del 18 Novembre 2010

venerdì 26 settembre 2014

E se qualcuno l'avesse rubata, Amyclae?

Mi son messa a leggere "Le iene del Circeo" di Antonio Pennacchi.
Che per una che si è lanciata alla ricerca di una civiltà misteriosa (fa molto Indiana Jones e quasi quasi non mi dispiace) è un bel libretto per le istruzioni. Non che sveli il segreto. È un fatto di cultura. Capisci che c'è un altro modo di vedere le cose. Che tutto è possibile. E allora ci credi.
Lui scrive un po' così, una scrittura orale che si fonde con il flusso di coscienza del dopo duemila. Una cosa che ti prende perché sembra che quello stia lì davanti a te a raccontartele le cose, mica dietro le pagine di un libro.

Ma torniamo a noi. E alla folle ricerca di Amyclae. Pennacchi c'entra quando dice una cosa. E cioè che chiunque voglia capire la storia della pianura pontina deve tenere in considerazione che negli anni '30 c'è stata la bonifica. E che Dio solo sa quanta roba è sparita. Reperti, rovine, intere città.

A chi interessava salvare il passato? Nessun archeologo, salvo uno, è mai andato appresso ad un operaio della bonifica. Quell'uno si chiamava Alberto Carlo Blac e grazie a lui qualcosa sappiamo. Ma vuoi mettere se tutti si fossero messi a salvare i pezzi del nostro passato?

«Neanche un cane appresso ai bonificatori, anche se Plinio il Vecchio - e loro che erano archeologi lo dovevano sapere - diceva che già ai suoi tempi c'erano 24 città scomparse, nell'area delle Paludi Pontine: "A Cerceis palus Pomptina est, quem locum XXIV urbium fuisse Mucianus ter consul prodidit". Chissà cosa deve essere venuto fuori, durante gli scavi di bonifica. Ma chi lo saprà mai più?» scrive Pennacchi a pagina 18.

Ecco, noi non lo sapremo mai. E chissà quante volte c'è stata una bonifica, quante volte si è scavato, buttato distrattamente pezzi del nostro dna.

Se Plinio diceva la verità (ma bisogna pure chiedersi se lui stesso aveva basi valide per poterlo affermare) dunque ci sarebbero ben 24 - e non una sola - città sconosciute nel passato della pianura pontina.
Magari è tutta una gran balla. Magari ci s'inventava il mito di città potenti scomparse, insediamenti greci, solo per poter competere politicamente con gli altri territori. Una cosa gli uomini si sonsempre portati dentro: quando vogliono fare i fighi s'inventano di tutto (ma tanto le donne stanno una spanna più in alto e mica si fanno fregare, fanno finta).
Ecco dunque, il gallo che gonfia il petto è uno che cerca il potere - anche politico.

E alla fine torniamo sempre lì: la bilancia è in perfetto equilibrio. Amyclae c'è stata o non c'è stata.

Però grazie al cielo inizio a vedere i fiori. E li raccolgo.
Un altro è quello della direttrice del museo archeologico di Sperlonga, Marisa De' Spagnolis.
Un bel fiore di archeologia e passione.
«Tiriamo fuori l'Ulisse che è in noi: solo così, continuando a cercare troveremo qualcosa» mi ha detto.
E allora io cerco ancora la mia Amyclae.
E pianto fiori sulla mia città.

venerdì 20 dicembre 2013

Emigrati per crisi. Riscoprire l'America un secolo dopo.



Emigrati per crisi. 
Immagino la scritta appesa fuori ad un negozio italiano.  
Ce l'abbiamo nel sangue l'emigrazione, noi italiani. Per inseguire un sogno, per salvare la famiglia, per tornare felici oppure per non tornare più. Un viaggio che a volte faccio è quello nell'archivio della fondazione di Ellis Island, quell'isolotto che dà il benvenuto ai navigatori a New York. All'America. E così scopro che i miei avi hanno creduto in quel sogno e l'hanno vissuto. 
Nel 1899 Stefano Chinappi all'età di 24 anni prese i suoi bagagli e partì da Gaeta (allora chiamata Elena, in onore della regina, in provincia di Caserta). Raggiunta Napoli s'imbarcò sulla Alsatia, nave di fattura scozzese che portava 156 passeggeri in prima classe e 1100 in terza viaggiando a 13 nodi (poco più di 20 km/h). Un viaggio enorme, bestiale. Ma in regola. Quando le giovani e vaste lande americane erano braccia aperte per i disperati. 
Stefano era un ragazzo che non aveva nulla da perdere. Non era sposato, non aveva figli. Forse era fidanzato. Forse era innamorato. Probabilmente qualcuno ha pianto salutandolo sulla porta di casa.
Stefano ha gridato “America!” il 15 maggio del 1899. E dev’essere stato un grido liberatorio. Che in un istante gli ha fatto scordare le pene del passato, il viaggio interminabile, la fatica. E gli ha fatto tornare la speranza. 
Le pratiche di arrivo, la quarantena a Ellis Island e poi via, ad abbracciare l’America. 
Nel 1907 Stefano era tornato in Italia, si era sposato e a 33 anni rifece il viaggio a bordo della Republic, nave a vapore che viaggiava a 16 nodi, in direzione America dove vi arrivò il 23 maggio.
Nel 1903 Antonio Chinappi aveva 12 anni e attraversò l’oceano Atlantico. Anche lui, forse assieme ai genitori, partì da Gaeta. Raggiunse Ellis Island il 16 maggio. Vent’anni dopo tornò in Italia. Probabilmente aveva fatto fortuna ed era tornato per portarsi dietro qualcuno. Per aprire le porte della nuova casa, di una nuova terra, di un futuro sereno per i suoi familiari. O forse aveva solo nostalgia di quella terra che aveva conosciuto da bambino. In ogni modo ripartì a 32 anni per Summerville, dove si era stabilito e aveva trovato moglie. 
Nel 1904 sbarcò a New York Luigi Chinappi. Aveva 62 anni e magari era il nonno del piccolo Antonio. 
Tre anni dopo partirono anche Francesco (18 anni, single) e Cosmo (36 anni, sposato) a bordo della Cretic, una nave inglese che viaggiava a 16 nodi trasportando 260 viaggiatori in prima classe, 250 in seconda e mille in terza. Magari erano fratelli, cugini o comunque erano legati da uno stretto vincolo di parentela e avrebbero provato a costruire insieme il futuro per le loro famiglie. Il sole batteva sulla prua quando i due avvistarono terra. Era il 27 luglio del 1907. E il sogno americano stava solo cominciando.
Nel 1910 un altro Antonio Chinappi salì a bordo della Celtic, una delle più grandi navi nei primi anni del ‘900, dotata di un’ottima seconda classe. Aveva 25 anni ed era single.
Poi ci fu una lunga pausa. Dal 1910 fino al 1920 nessun Chinappi fece la grande traversata. Probabilmente fu anche la guerra a bloccare i viaggi migratori. I giovani d’altronde erano chiamati a servire la patria. E qualcuno addirittura tornò per compiere la missione. 
Uno di questi potrebbe essere Francesco Chinappi, già emigrato diciottenne assieme a Cosmo. C’è la possibilità che rientrato in Italia e sopravvissuto al ’15-’18 tornò a costruire il suo sogno americano. Lo ritroviamo, stavolta sposato, a bordo della “Ferdinando Palasciano”, nave militare tedesca catturata dagli italiani nel 1915, trasformata prima in nave ospedale e poi ceduta alle Ferrovie dello Stato. Salpò da Napoli per raggiungere New York il 3 luglio del 1920.
Infine l’archivio della fondazione di Ellis Island ci dà notizia del viaggio di Erasmo Chinappi, anche lui di origine gaetana. Era già un uomo quando, a 39 anni, insieme a sua moglie salì a bordo della “Dante Alighieri” costruita dalla società Esercizio Bacini di Riva Trigoso nel 1914. Il viaggio dovette essere molto duro poiché la nave attraversò l’oceano in pieno inverno. Ma l’arrivo a Ellis Island fu la nuova primavera. Era il 10 marzo del 1921.

martedì 3 settembre 2013

Politica: il voto di scambio e la maledizione di Lurco



“Siamo nani sulle spalle dei giganti”. Dagli antichi possiamo solo imparare. E sulle loro spalle, dunque servendoci della loro esperienza, possiamo guardare molto lontano, davanti a noi. Era quello che pensava un tizio alle soglie dell’illuminismo. Si chiamava Fontenelle era un francese, filosofo con la vena poetica, mica per niente era nipote di Pierre Corneille. Insomma un figlio d’arte. Quello che in versione dispregiativa chiameremmo oggi “figlio di papà” o più semplicemente “raccomandato”, che detto così diventa un poco di buono. Sembra una bazzecola. E invece la differenza è sostanziale. Sta tutta nell’importanza che la cultura e le arti hanno avuto per i potenti nel corso dei secoli.

L’epoca augustea - alla quale non ci si crede ma noi pontini abbiamo contribuito più di quanto immaginiamo - ha brillato di luce anche grazie alle arti. Augusto - contemporaneo di Cristo che c’entra se non per dare un’idea dell’epoca storica - aveva capito che se poeti, filosofi, letterati, avessero parlato bene di lui il suo potere ne avrebbe solo goduto. Stessa lungimiranza l’ebbe il suo successore Tiberio. Figlio d’arte pure lui (e di una fondana di successo). Fate un po’ voi.
Da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (per gli amici Augusto) a Silvio (per gli amici Berluska) il passo è lungo. E nell’ampia falcata forse qualcosa l’abbiamo perso. Ché i figli d’arte son diventati figli di papà. Senza star qui a fare esempi che mi par poco garbato, sono certa che l’intuito del lettore risponderà illuminandolo con immagini esemplari. Fermo restando che il concetto si allarga ben oltre i confini del parentado.
E così che l’arte e il governo oggi sono agli antipodi. Eppure a imparar l’arte di governare si avrebbe un sicuro successo.
Per fortuna l’erba non è tutta in un fascio ma la tendenza c’è nella quantità sufficiente a preoccupare.


L’abitudine a non mantenere le promesse elettorali nasce a causa di un fondano. Un magistrato che a Roma fece promulgare una legge che aveva ottime intenzioni ma che si rivelò nostro malgrado difettosa, poiché imprigionò gli elettori nei secoli a venire in un tristissimo tranello che pare più una maledizione giacché è eterno.

Marco Alfidio Lurcone in un bel giorno di primavera decise far scorazzare nel suo giardino a Fondi alcuni esemplari di pavone. Non fu per diletto. Ma per lucida lungimiranza. Il suo diventò il primo allevamento della specie in tutto l’impero. E dato che quell’uccello esotico all’epoca pare che andasse di moda nella pavoneggiante nobiltà, Lurco diede modo alle genti della sua terra di trarre giovamento da un fiorente interesse commerciale proprio grazie ai suoi pavoni. Dai pavoni alla frutta, oggi poco cambia. I fondani hanno talento per il commercio. Meno per la magistratura. Ma pure in politica non scherzano. Lurco (nonno tra l’altro della prima imperatrice romana Livia, moglie dell’imperatore Augusto, mica cotica) promulgò la Lex Alfidia de ambitu in qualità di tribuno della plebe. In sostanza questa legge stabiliva che i candidati non potessero dare soldi agli elettori in cambio del loro voto. Pena la multa di tremila sesterzi (circa seimila euro). Che se c’è la necessità di fare una legge del genere già vuol dire che il voto di scambio era bell’e radicato. Per non parlare dei luculliani o ancor pantagruelici pranzi ché quando c’è la fame il voto non si nega a nessuno ora, figuriamoci quando si stava peggio. Un male primordiale, incurabile.
Ma quella legge era maledetta. Se il politico prometteva di dar soldi all’elettore dopo la sua elezione e poi non lo faceva era, sentite qua, esonerato dalla multa.
Va da sé che l’abitudine a far grandi promesse da burattino in campagna elettorale divenne prassi. A danno solo dei poveri elettori. Che però santo cielo aprissero gli occhi una volta.


Ecco questo tanto per farsi un’idea di quanto, nel bene e nel male, siamo vicini, oggi, a chi al governo ci è salito più di duemila anni fa.