venerdì 20 dicembre 2013

Emigrati per crisi. Riscoprire l'America un secolo dopo.



Emigrati per crisi. 
Immagino la scritta appesa fuori ad un negozio italiano.  
Ce l'abbiamo nel sangue l'emigrazione, noi italiani. Per inseguire un sogno, per salvare la famiglia, per tornare felici oppure per non tornare più. Un viaggio che a volte faccio è quello nell'archivio della fondazione di Ellis Island, quell'isolotto che dà il benvenuto ai navigatori a New York. All'America. E così scopro che i miei avi hanno creduto in quel sogno e l'hanno vissuto. 
Nel 1899 Stefano Chinappi all'età di 24 anni prese i suoi bagagli e partì da Gaeta (allora chiamata Elena, in onore della regina, in provincia di Caserta). Raggiunta Napoli s'imbarcò sulla Alsatia, nave di fattura scozzese che portava 156 passeggeri in prima classe e 1100 in terza viaggiando a 13 nodi (poco più di 20 km/h). Un viaggio enorme, bestiale. Ma in regola. Quando le giovani e vaste lande americane erano braccia aperte per i disperati. 
Stefano era un ragazzo che non aveva nulla da perdere. Non era sposato, non aveva figli. Forse era fidanzato. Forse era innamorato. Probabilmente qualcuno ha pianto salutandolo sulla porta di casa.
Stefano ha gridato “America!” il 15 maggio del 1899. E dev’essere stato un grido liberatorio. Che in un istante gli ha fatto scordare le pene del passato, il viaggio interminabile, la fatica. E gli ha fatto tornare la speranza. 
Le pratiche di arrivo, la quarantena a Ellis Island e poi via, ad abbracciare l’America. 
Nel 1907 Stefano era tornato in Italia, si era sposato e a 33 anni rifece il viaggio a bordo della Republic, nave a vapore che viaggiava a 16 nodi, in direzione America dove vi arrivò il 23 maggio.
Nel 1903 Antonio Chinappi aveva 12 anni e attraversò l’oceano Atlantico. Anche lui, forse assieme ai genitori, partì da Gaeta. Raggiunse Ellis Island il 16 maggio. Vent’anni dopo tornò in Italia. Probabilmente aveva fatto fortuna ed era tornato per portarsi dietro qualcuno. Per aprire le porte della nuova casa, di una nuova terra, di un futuro sereno per i suoi familiari. O forse aveva solo nostalgia di quella terra che aveva conosciuto da bambino. In ogni modo ripartì a 32 anni per Summerville, dove si era stabilito e aveva trovato moglie. 
Nel 1904 sbarcò a New York Luigi Chinappi. Aveva 62 anni e magari era il nonno del piccolo Antonio. 
Tre anni dopo partirono anche Francesco (18 anni, single) e Cosmo (36 anni, sposato) a bordo della Cretic, una nave inglese che viaggiava a 16 nodi trasportando 260 viaggiatori in prima classe, 250 in seconda e mille in terza. Magari erano fratelli, cugini o comunque erano legati da uno stretto vincolo di parentela e avrebbero provato a costruire insieme il futuro per le loro famiglie. Il sole batteva sulla prua quando i due avvistarono terra. Era il 27 luglio del 1907. E il sogno americano stava solo cominciando.
Nel 1910 un altro Antonio Chinappi salì a bordo della Celtic, una delle più grandi navi nei primi anni del ‘900, dotata di un’ottima seconda classe. Aveva 25 anni ed era single.
Poi ci fu una lunga pausa. Dal 1910 fino al 1920 nessun Chinappi fece la grande traversata. Probabilmente fu anche la guerra a bloccare i viaggi migratori. I giovani d’altronde erano chiamati a servire la patria. E qualcuno addirittura tornò per compiere la missione. 
Uno di questi potrebbe essere Francesco Chinappi, già emigrato diciottenne assieme a Cosmo. C’è la possibilità che rientrato in Italia e sopravvissuto al ’15-’18 tornò a costruire il suo sogno americano. Lo ritroviamo, stavolta sposato, a bordo della “Ferdinando Palasciano”, nave militare tedesca catturata dagli italiani nel 1915, trasformata prima in nave ospedale e poi ceduta alle Ferrovie dello Stato. Salpò da Napoli per raggiungere New York il 3 luglio del 1920.
Infine l’archivio della fondazione di Ellis Island ci dà notizia del viaggio di Erasmo Chinappi, anche lui di origine gaetana. Era già un uomo quando, a 39 anni, insieme a sua moglie salì a bordo della “Dante Alighieri” costruita dalla società Esercizio Bacini di Riva Trigoso nel 1914. Il viaggio dovette essere molto duro poiché la nave attraversò l’oceano in pieno inverno. Ma l’arrivo a Ellis Island fu la nuova primavera. Era il 10 marzo del 1921.

venerdì 22 novembre 2013

Mulini Bianchi e Moulin Rouge sull'Autosole. Fotografia delle relazioni di coppia lungo lo stivale.

Una domenica passata sulla A1. Dal mattino alla sera. Torno da un festival letterario e mi sparo l'Autosole tutta d'un fiato. Da sola. Cosa che non mi è mai acccaduta per cui quel che faccio quando mi capita di fare per la prima volta una cosa da sola è: osservare.
E ne vengono fuori delle belle.
Una considerazione maturata in anni ed anni di osservazione della gente: gli uomini stranieri più sono fighi e più sono accompagnati da donne bruttissime. Ma hanno sul viso stampata la candida felicità del Mulino Bianco.
Cominciamo dall'inizio perché questo viaggio è l'esempio di quello che puoi incontrare, così, a caso, lungo un tratto d'autostrada italiano. E ne è venuta fuori la fotografia delle relazioni di coppia lungo lo stivale.
Il primo incontro degno di nota sono i trans. Due virgolettate signore imbellettate e ben allestite entrano in un bar, prima del casello. Scena dall'esterno. Un ragazzetto in divisa da lavoro osserva me, che son donna, con evidente interesse. Da sottolineare che quello lì avrebbe guardato qualsiasi essere dotato di pertugi con quell'espressione. Ma sul più bello, mentre mi accorgo che sta per proferire parola (e Dio solo sa quale selezione linguistica avrebbe prodotto il suo cervello), ecco che fanno la loro entrata in scena le due virgolettate. Il ragazzetto è ancora concentrato tutto sul suo unico neurone linguistico (gli altri due tre neuroni sono impegnati in un'accesa discussione col testosterone) quando la stanga di 1,90 dotata di mascellone, calze a rete e voce caveronsa gli rivolge un entusiasmante saluto, carico di significato: "Ehi ciao, tesoro!" Che poi il mascellone nemmeno sembrava tanto interessato al ragazzetto. Però quell'intonazione la diceva lunga su una già evidentemente collaudata amicizia. E avanti. I trans entrano nel bar e il tizio si sgonfia. Smascherato nella sua intimità perde ogni interesse nello sventolare l'ormone. Il mascellone, almeno per me, è stato una manna.
Secondo flash. Autogrill.
Dopo aver esplorato la toilette mi accingo a percorrere il labirintico market, di quelli strategici che qualcosa la devi comprare per forza. Ma va beh a me serve solo il dentifricio. Però uno sguardo qua e là lo butto. Ed ecco che mi si presenta una delle realtà più caratteristiche della società moderna italiana. Due veri "tipi" da commedia dell'arte, ahimé molto ma molto lontanti da quelle nobili figure teatrali che al nostro bel paese han dato pregio. Però tant'è. Questi son quelli che abbiamo oggi.
Sollevo lo sguardo dai cioccolatini e davanti a me si materializzano una bella e prosperosa giovane assieme ad un premurosissimo e rotondo pappone canuto. Il quadro è agghiacciante. Non me lo perdo nemmeno per sogno. I due prendono tutta la scena. Ed è davvero come se fossero entrambi al centro di un palcoscenico, illuminati dalle luci della ribalta si muovono a loro agio, sapendo naturalmente di essere osservati da un vasto pubblico e di questo ancor più compiaciuti.
La bella è abbigliata con opinabile gusto ma sarà facile figurarsela con minigonna inguinale, calze velate, tacchi a spillo e scollatura. Troppo facile. Quel che non sapete è che aveva effettivamente un volto delicato, occhi azzurri ed una folta capigliatura corvina su pelle chiara. Bella come un'opera d'arte sfregiata. Ma che vuoi fare. Son scelte. Lei era tutta catturata dalle autogrilliane raccolte di musica leggera italiana. Di quelle che mettono insieme un po' di tutto e son divise per decenni. In tutto il suo candore esclama al suo accompagnatore: "Guarda! Ci sono gli anni '60. '70, '80, '90... sai che sono tutte belle? vorrei prenderne una!" Sapendo già, subdola, che lui non le avrebbe mai negato un tal dono pensando a ciò che lei poi avrebbe più lietamente corrisposto. "Dai, prendili tutti!" E lei, ancor più subdola: "Ma no, ma dai, tutti?". Ed è qui che credevo fossero arrivati all'apoteosi della pièce in scena all'Autogrill. Quando lui le ha risposto: "Ma sì, prendili tutti. Tanto oggi ci dobbiamo divertire no?". Forse ho capito che è una pièce drammatica. Mi vien da piangere. E allora prendo su il mio dentifricio, mi concedo il mio personale momento di lussuria acquistando una barretta di cioccolato, di quelle buone, e abbandono la platea. Credendo di essermi lasciata alle spalle i due protagonisti. Accendo il motore, mi dirigo verso la pompa di benzina e mi fermo davanti all'erogatore del gasolio. Spengo il motore e mentre aspetto il garzone, mi volto, per dare un'occhiata in giro. In quel preciso istante il muso di una Ferrari testa rossa fa capolino accanto alla mia utilitaria. E si ferma. Non c'è bisogno di aggiungere altro se non che alla guida non c'era il pappone ma: lei. Perché "oggi ci dobbiamo divertire". E con l'ultimo sussulto di tristezza ingrano la prima.
Terza sosta.
Stavolta c'è l'Autogrill quello anni settanta, che scavalca l'autostrada da un lato all'altro sicché trovi gente che va in entrambe le direzioni. E mi gira un po' la testa che se non ci fossero i cartelli ad indicarmi da quale parte dovrò uscire per andare nella mia direzione io avrei sicuramente sbagliato.
Il ristorante è self service. Faccio la mia selezione e mi avvio verso la cassa. Una coppia italiana mi precede. Devo dire bella coppia, sulla quarantina, belli entrambi. Così d'amblé sembrano anche professionalmente affermati. Ma poi all'italiano basta una coda a scatenare gli istinti animali più profondi. Lei dice: "ah hai preso la frutta? la voglio anche io!" Lui risponde, con tono rude: "Stai ferma". Poi silenzio. Non dà spiegazioni perché l'uomo non deve dare spiegazioni. Lei allora cerca di intuire la buona fede: "Ho capito, facciamo a metà con la tua? non ti và tutta?". Lui, con aria quasi scocciata ma pur sempre superiore: "Quando arrivi a poggiare il vassoio ti vai a prendere la frutta. Prima non ti muovere. Hai visto quella che casino ha fatto prima?". Ecco. queste scene sono meravigliose. Meravigliosamente tristi.
Ma arriviamo al clou. Mi siedo davanti al mio arrosto di tacchino stoppaccioso, le patate sfatte e la mia porzione di frutta che con l'inganno ho comprato a 4,50 euro credendo di avere l'offerta speciale ad 1 euro com'era pubblicizzato ovunque ma, "signora - mi dice la cassiera - per la promozione doveva prendere la scodellina piccola". E non c'era scritto da nessuna parte questo. Ma vabbè mando giù i bocconi amari di un pranzo mediocre pagato 17 euro e sto zitta.
Mi guardo intorno. Due anziani mangiano per dovere e non si rivolgono la parola. Lui ha una testa che potrebbe fare i 360°, si guarda attorno come una bestia ferita fuori dal suo habitat naturale. E mentre io azzanno un boccone di tacchino e patate arriva la visione. Un ragazzo bello. Di una bellezza inconsapevole. Bei lineamenti maschili, sotto i quaranta, moro, sicuro ma affatto pieno di sé. Davvero una bella visione. Me lo gusto qualche secondo, lui neanche si guarda attorno, si vede che non cerca nulla fuori del suo mondo. Che sta bene con quello che ha. E quello che ha sono due bellissimi bambini che lo raggiungono seguiti da LEI. La figura femminile che corona il quadro familiare. Si vede subito che non sono italiani. Lei è biondissima, come la bimba. E parlano una lingua che a distanza non distinguo. È proprio un bel momento. Peccato che lei, la donna che lui ama somigli più ad un animale da pascolo che ad un essere umano. Peccato, mi dico. Lui è davvero bello. Lei no. Cose che accadono solo all'estero. In Italia no, non è possibile. Perché nella coppia lei dev'essere bella. È questo che è tristemente importante. Che se non è così dura poco. Ma non perché siano più forti le "Terry de Nicolò". La triste verità è che son gli uomini italiani a cercarle. E quelle si moltiplicano. Altro che Mulino Bianco: l'Italia è il paese del Moulin Rouge!





martedì 3 settembre 2013

Politica: il voto di scambio e la maledizione di Lurco



“Siamo nani sulle spalle dei giganti”. Dagli antichi possiamo solo imparare. E sulle loro spalle, dunque servendoci della loro esperienza, possiamo guardare molto lontano, davanti a noi. Era quello che pensava un tizio alle soglie dell’illuminismo. Si chiamava Fontenelle era un francese, filosofo con la vena poetica, mica per niente era nipote di Pierre Corneille. Insomma un figlio d’arte. Quello che in versione dispregiativa chiameremmo oggi “figlio di papà” o più semplicemente “raccomandato”, che detto così diventa un poco di buono. Sembra una bazzecola. E invece la differenza è sostanziale. Sta tutta nell’importanza che la cultura e le arti hanno avuto per i potenti nel corso dei secoli.

L’epoca augustea - alla quale non ci si crede ma noi pontini abbiamo contribuito più di quanto immaginiamo - ha brillato di luce anche grazie alle arti. Augusto - contemporaneo di Cristo che c’entra se non per dare un’idea dell’epoca storica - aveva capito che se poeti, filosofi, letterati, avessero parlato bene di lui il suo potere ne avrebbe solo goduto. Stessa lungimiranza l’ebbe il suo successore Tiberio. Figlio d’arte pure lui (e di una fondana di successo). Fate un po’ voi.
Da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (per gli amici Augusto) a Silvio (per gli amici Berluska) il passo è lungo. E nell’ampia falcata forse qualcosa l’abbiamo perso. Ché i figli d’arte son diventati figli di papà. Senza star qui a fare esempi che mi par poco garbato, sono certa che l’intuito del lettore risponderà illuminandolo con immagini esemplari. Fermo restando che il concetto si allarga ben oltre i confini del parentado.
E così che l’arte e il governo oggi sono agli antipodi. Eppure a imparar l’arte di governare si avrebbe un sicuro successo.
Per fortuna l’erba non è tutta in un fascio ma la tendenza c’è nella quantità sufficiente a preoccupare.


L’abitudine a non mantenere le promesse elettorali nasce a causa di un fondano. Un magistrato che a Roma fece promulgare una legge che aveva ottime intenzioni ma che si rivelò nostro malgrado difettosa, poiché imprigionò gli elettori nei secoli a venire in un tristissimo tranello che pare più una maledizione giacché è eterno.

Marco Alfidio Lurcone in un bel giorno di primavera decise far scorazzare nel suo giardino a Fondi alcuni esemplari di pavone. Non fu per diletto. Ma per lucida lungimiranza. Il suo diventò il primo allevamento della specie in tutto l’impero. E dato che quell’uccello esotico all’epoca pare che andasse di moda nella pavoneggiante nobiltà, Lurco diede modo alle genti della sua terra di trarre giovamento da un fiorente interesse commerciale proprio grazie ai suoi pavoni. Dai pavoni alla frutta, oggi poco cambia. I fondani hanno talento per il commercio. Meno per la magistratura. Ma pure in politica non scherzano. Lurco (nonno tra l’altro della prima imperatrice romana Livia, moglie dell’imperatore Augusto, mica cotica) promulgò la Lex Alfidia de ambitu in qualità di tribuno della plebe. In sostanza questa legge stabiliva che i candidati non potessero dare soldi agli elettori in cambio del loro voto. Pena la multa di tremila sesterzi (circa seimila euro). Che se c’è la necessità di fare una legge del genere già vuol dire che il voto di scambio era bell’e radicato. Per non parlare dei luculliani o ancor pantagruelici pranzi ché quando c’è la fame il voto non si nega a nessuno ora, figuriamoci quando si stava peggio. Un male primordiale, incurabile.
Ma quella legge era maledetta. Se il politico prometteva di dar soldi all’elettore dopo la sua elezione e poi non lo faceva era, sentite qua, esonerato dalla multa.
Va da sé che l’abitudine a far grandi promesse da burattino in campagna elettorale divenne prassi. A danno solo dei poveri elettori. Che però santo cielo aprissero gli occhi una volta.


Ecco questo tanto per farsi un’idea di quanto, nel bene e nel male, siamo vicini, oggi, a chi al governo ci è salito più di duemila anni fa.

sabato 25 maggio 2013

Storia di una giornalista intervistata e di un camaleonte vanitoso


«Per fare questo mestiere ci vuole un pizzico di vanità». 
Lo diceva Lidano, il direttore della testata dove ho imparato a fare giornalismo

Ogni giorno avevo le palpitazioni, l'ossessione del foglio bianco, le mie pagine da riempire. E questo mi faceva sentire terribilmente viva. Quando vedevo il mio lavoro, il giorno seguente, pubblicato, impaginato e firmato da me la soddisfazione era al culmine. E si ricominciava.

Ho imparato a non tremare davanti alla telecamera e a fare della sana autoironia anche in tv. 
Il piacere di realizzare qualcosa di esclusivamente mio e bello proprio per questo, con tutti i difetti che umanamente si hanno, era senza paragoni.

Dunque un po' vanitosa la sono, non lo nascondo. E credo sia un pregio che mi permette di muovermi con sicurezza dietro al teleschermo, avere il coraggio di firmare il mio lavoro e, per l'appunto, metterci letteralmente la faccia.

È per questo che oggi sono fiera di condividere l'articolo a tutta pagina di una collega e amica, Maria Corsetti, a cui molto devo della mia formazione televisiva, per il lancio del mio ebook: "Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo" edito da AbelBooks.

La pagina è tratta dal periodico "Latina per strada". Buona lettura.



sabato 18 maggio 2013

Spot ultramilionari e call center inefficaci: il paradosso delle grandi aziende di telecomunicazione



Quanto è efficace una campagna pubblicitaria se la strategia di comunicazione non contempla investimenti nelle relazioni umane?

Prendiamo le grandi aziende di telecomunicazione italiane. Le maggiori investono capitali enormi in spot pubblicitari e vari canali mediatici a supporto di queste. 
È incredibile lo sforzo finanziario che impiegano per sfoggiare il miglior testimonial, musiche e slogan martellanti. Quel che succede è che vengono raggiunti un gran numero di potenziali utenti i quali imparano a conoscere e riconoscere quel marchio ovunque.

La storia pubblicitaria di Telecom è davvero affascinante. Da ieri ad oggi le sue campagne pubblicitarie hanno emozionato cogliendo il senso più profondo di "comunicare". 
Alcuni esempi: 

"Le emozioni non cambiano. Il modo di comunicarle sì" (2011).



e il più recente "Comunicare, connettersi, vivere" (2013) dove il colosso della telefonia fa scomodare addirittura il buon Martin Luther King.



Il concorrente Vodafone non è da meno. Con i suoi spot spumeggianti di testimonials dai cachet da capogiro è uno dei marchi più imponenti sul panorama mediatico.


Questo uno degli spot andati in onda per il Natale 2006 con Totti e Gattuso.



E come può sfuggire l'onnipresente pinguino che ruba la voce ad Elio per insinuarsi senza pietà nei padiglioni auricolari di tutti?


Senza scomodare gli altri operatori che pure non lesinano sugli investimenti pubblicitari il pubblico ha un'idea di quale sia la presenza costante della comunicazione istituzionale di ciascuno di essi.

Tuttavia basta una telefonata al call center dell'operatore al quale si è interessati e il mondo di cui hanno cercato di farci innamorare attraverso le campagne pubblicitarie milionarie crolla davanti alle nostre orecchie. Paradosso.

L'esperienza più recente che ho avuto mi ha letteralmente traumatizzata. Posso ipotizzare che a fine giornata la signorina che ha preso la mia telefonata fosse stanca e magari frustrata da una vita e uno stipendio poco soddisfacenti. E probabilmente è così. Lungi dal voler giustificare o analizzare i problemi dell'operatrice piuttosto mi chiedo per quale motivo queste grandi aziende non investano nella qualità delle relazioni con gli utenti, che sono la loro fonte di guadagno.

È probabile che in un call center gli operatori siano formati per vendere: essenziale. Tuttavia è abbastanza chiaro che non siano formati per comunicare. Il che significa che dovrebbero saper vendere senza saper comunicare. Cosa che non solo trovo grave specie da parte di un'azienda che vende comunicazione ma soprattutto incredibile perché è a grande svantaggio della stessa azienda.

Come ho più volte sottolineato nei miei articoli e ribadisco nel mio breviario "Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo" (AbelBooks) per ottenere successo da una strategia di comunicazione e riceverne benefici è fondamentale conquistarsi la fiducia dei propri clienti o potenziali tali. Per arrivare a ciò bisogna tenere presente il principio di verità. Che in questo caso significa: comunicare valori che l'azienda per prima deve applicare. Altrimenti il mondo costruito negli spot ultramilionari crolla nello stesso istante in cui l'utente entra in contatto con l'operatore. Formato, come abbiamo detto, per vendere e non per comunicare con le persone. Che è la sua principale attività.

Recentemente tutti i call center hanno inserito una modalità di controllo degli operatori, una sorta grande fratello della telefonia per cui tutte le chiamate vengono monitorate e registrate per poi essere analizzate a campione. A volte capita anche che l'utente venga ricontattato dall'azienda che lo interroga sulla trattativa avuta con l'operatore.
Una strategia del terrorismo che alimenta la frustrazione degli operatori e non insegna loro ad adottare le strategie più efficaci per ottenere l'attenzione dell'utente, ascoltare i suoi bisogni e soddisfarlo non solo attraverso corrette informazioni ma anche con un corretto atteggiamento relazionale che genera fiducia, affidabilità, fidelizzazione e stima anche laddove può esserci un problema difficile da risolvere.

Se le compagnie telefoniche investissero in una formazione sulla comunicazione interpersonale nei call center e in tutti i punti di contatto con i clienti ne ricaverebbero certamente ottimi risultati nelle vendite. 
Comunicare, connettersi, vivere, no?









martedì 14 maggio 2013

Come costruirsi una strategia di comunicazione di successo




Vi presento la mia creatura: un piccolo manuale ad uso di tutti, per poter imparare a comunicare la propria immagine e quella della propria attività.


Lo scopo di questo manuale è quello di fornire al lettore gli strumenti basilari per costruirsi autonomamente un’immagine di successo, applicando la struttura delle strategie di comunicazione pubblicitaria alle esigenze di liberi professionisti, freelance, politici. Insomma di chiunque voglia promuoversi da sé. 
Non si sentano esclusi i creativi. Anzi. Questa guida sarà molto più utile alle menti che brulicano di idee. Fornisce infatti le basi strutturali per poter permettere alla creatività di esprimersi al meglio. Poiché anche le idee più grandiose, se non seguono un tragitto preciso, finiscono in una nuvola di fumo. E non mette al bando gli altri. Semplicemente perché tutti, nessuno escluso, abbiamo un potenziale creativo.
Un passo alla volta potrete sperimentare su voi stessi la strategia che più si addice al vostro progetto professionale.


Questo il link per scaricarlo. Consigli efficaci ad un prezzo piccolissimo: meno di 5 euro!

http://www.ultimabooks.it/come-costruirsi-una-strategia-di-successo#descrizione

lunedì 6 maggio 2013

Antonio Mattia e il finto nudo della Boldrini. Un caso politico? Una lacuna legislativa da colmare?

Antonio Mattia
«La mia idea è quella di riunificare la destra sociale, di ridare vita ad un partito che si collochi a destra del Pdl». Antonio Mattia, il giornalista indagato per la condivisione sui social network della finta foto nuda del Presidente della Camera Boldrini, non ha mai nascosto le sue idee politiche. Anzi, poco tempo fa ha iniziato ad immaginare la rifondazione di un partito di estrema destra, magari con Francesco Storace.
C'è un nesso? Vediamo di capirci qualcosa.

«Domenica - racconta il giornalista napoletano residente a Fondi - ero con dei colleghi e abbiamo deciso di fare un test su Facebook. Volevamo capire quanto gli italiani siano morbosi. Quale sarebbe stato l'effetto, cioè, che avrebbe suscitato la foto del nudo (che tutti sapevano essere un fake, tra l'altro) della Boldrini rispetto ad una, che so, di David Rossi, il responsabile comunicazione del MPS morto suicida. Ebbene le abbiamo condivise entrambe. Il risultato? Nel giro di otto ore la prima è stata condivisa 2376 volte e ha generato 116 richieste di amicizia. La seconda zero condivisioni e 3 "like"». 
Una parte della foto incriminata
C'è da dire inoltre che la foto incriminata era già presente sul web e su Facebook. «L'avevo condivisa da un altro utente» spiega.

Perché indagare chi condivide il post e non risalire a chi lo ha generato? Perché, se si segue questo criterio, non indagare almeno le altre 2376 persone che hanno fatto lo stesso?
Secondo "Repubblica" e "La Stampa" Antonio Mattia sarebbe indagato per aver travalicato «i limiti della corretta informazione, oltrepassando il legittimo diritto di cronaca e di critica giornalistica» malgrado Facebook non sia una testata giornalistica e la condivisione di un post, fortunatamente per l'ordine professionale, sia ben lontana dalla redazione di un articolo.

Ci sono tutti gli estremi, insomma, per suscitare la curiosità di chi fa questo mestiere e si pone continuamente delle domande.
Una risposta possibile, nulla più che un'ipotesi lui ce l'ha. «È possibile che qualcuno abbia deciso di monitorare le attività "filo-fasciste" sul web e di remprimerle» sostiene.
E se si trattasse davvero di una strategia repressiva, sarebbe davvero efficace? Con questo esempio dopotutto il nome di Antonio Mattia è balzato alle cronache nazionali, ha invaso tele, radiogiornali, blog e testate.
Inoltre: siamo davanti ad una questione normativa che ha bisogno di essere affrontata. 
I nuovi mezzi di comunicazione danno la possibilità a chiunque di pubblicare opinioni, contenuti e notizie, non solo ai professionisti del giornalismo. 
È necessaria una riforma della legge sul diritto di cronaca? È necessario legiferare in merito a quanto viene pubblicato sulle reti sociali e sul web? 
Non esiste alcuna regolamentazione nazionale in merito ai contenuti condivisi sulla rete. 
Il reato di diffamazione è dunque imputabile a chiunque usi i social network o solo ai giornalisti? 
È indispensabile a questo punto costruire delle risposte.