venerdì 31 ottobre 2014

Amyclae: storia o leggenda?


«Attente ai serpenti!»
Calpesto la terra brulla tra sassi che s’impongono da un passato troppo lontano e sento il cigolìo di carriole, l’affossarsi secco delle pale, le voci di uomini e donne che scavano e discutono, si chiamano, in una lingua che non conosco e che, eppure, deve essere nel mio dna. Ne sarei sicura se quelle pietre potessero parlare. Se potessero raccontarmi degli uomini che le hanno piazzate lì, col sudore, la fatica. Per costruire un tempio, dedicato ad Apollo, in cima alla collina di Haghia Kyriaki nei pressi di una cittadina a sud di Sparta. Che si chiama Amykles. Come quella Amyclae di cui narrano alcuni scrittori latini e che doveva trovarsi sulla costa pontina.
“Et ubi fuere Amyclae a serpentibus deletae”.
Ho sentito qualcosa. Nel confuso rumore del gruppo di archeologi intenti a scavare, la mia mente ha istintivamente selezionato una frase: «Attente ai serpenti». Non è che abbia subito collegato. Il misterioso meccanismo dei miei neuroni ci ha messo qualche secondo a fare clic. Poi ha spalancato una porta sulla storia.
Lo aveva scritto Plinio nella sua Naturalis Historia che Amyclae era stata distrutta dai serpenti.
Stavros Vlizos, vice direttore degli scavi al tempio di Apollo amiclano, a sud di Sparta, nella moderna frazione di Amykles, ancora non lo sa. Ma ha detto una cosa importante.
E ce l’aveva proprio con me che pochi minuti prima ero stata catapultata senza alcuna premeditazione in quel posto di cui non sapevo nemmeno l’esistenza. E mi ero presentata a lui, come a tutti quelli che incontravo, così: «Salve, io vengo dall’Amyclae italiana». Lui aveva sbarrato gli occhi. Pietrificato e allo stesso tempo agitato nel profondo delle viscere da una di quelle emozioni folli che travolgono solo chi è talmente appassionato del suo lavoro al punto da inebriarsi per un’ epifania apparentemente insignificante. Era come se davanti a lui si fosse personificato il passato. L’antichità che fino ad un attimo prima aveva nella sua mente uno schema preciso: gli spartani avevano conquistato l’oriente, non si erano mai spostati ad occidente. Città col nome di Amyclae esistono tutt’oggi ma ad occidente no, non c’erano. E invece io ero la prova vivente: lì davanti a lui. Fran. Deve aver traballato. Un attimo. Poi è passato all’incredulità.
Ad Amykles, quella greca, io ci sono voluta andare. Per vedere se potevo scoprire qualcosa di più su quella civiltà di cui alcuni scrittori latini hanno narrato l’esistenza ma che è rimasta stampata solo nella leggenda.
Qualcosa mi dice che nelle mie vene ci sono gocce amiclane. Di quel popolo greco che in un’epoca imprecisata sbarcò sulla costa tra Sperlonga e Terracina e fondò una città che si chiamava Amyclae. Secondo alcuni storici moderni gli amiclani nel VI secolo a.C. dovevano essere già in quel posto nel Lazio. Nello stesso momento in cui la Grecia scopriva tutta la sua forza e il suo splendore. Poco prima, forse, o subito dopo, che Sparta decidesse di rompere con Atene.
«Taranto era una colonia di Sparta e possiede un tempio di Apollo. È l’unica connessione che io conosca degli amiclani con l’Italia». Dopo lo shock iniziale Stavros vuol fare chiarezza. E ci racconta quello che sa. «In un primo momento, ad Amykles c’era il culto di Giacinto, un eroe locale. Poi con l’arrivo dei Dori il popolo ha iniziato a venerare Apollo». Il che significa che Sparta voleva essere il simbolo del potere, forse appunto dopo la rottura con Atene.
Gli archeologi non sono riusciti ancora a datare la costruzione del tempio di Apollo amiclano. Quel che si sa è che, stranamente, fu progettato da un ingegnere chiamato dall’oriente, Baticle di Magnesia, uno sconosciuto praticamente. Perché proprio lui? «Questo non lo sappiamo. Forse per ragioni diplomatiche, forse per conoscenze, insomma quello che oggi chiameremmo una raccomandazione».
Ma risalire alla costruzione del santuario è importante anche per la nostra Amyclae, quella pontina.
«Abbiamo individuato un muro di contenimento. E quest’anno abbiamo trovato anche alcune tracce della parte mancante, quella ad ovest. Secondo le mie ipotesi - prosegue Vlizos - ci sono due muri di contenimento. Uno risale circa al 400 a.C. L’altro, quello che sicuramente è stato innalzato insieme al tempio di Apollo, è più antico. Alto sette metri, quanto la statua che ritraeva la divinità, e largo tre, grazie all’utilizzo della stessa roccia naturale, potrebbe risalire al VI secolo a.C.». Dunque all’epoca in cui dovrebbe essere stata fondata l’Amyclae del Lazio.
A un certo punto però Amykles scompare. Forse per l’invidia della vicina Sparta, forse per l’invasione dei Dori o di qualcun altro. Fatto sta che l’antica cittadina della Laconia il cui unico errore potrebbe essere stato quello di mostrare il suo splendore, è stata disintegrata.
«Nessuno ha mai trovato tracce di quel popolo antico» commenta Stavros.
E io resto sbalordita perchè ancora una volta la sua Amikles somiglia alla mia Amyclae.
Nel triangolo tra Sperlonga, Terracina e Fondi non c’è traccia certa di insediamenti che possano collegarsi a quella civiltà che si dice fu fondata da Castore e Polluce e il cui primo re fu il giovane Camerte.
Stavros Vlizos continua a tirar fuori informazioni.
«Agli amiclani era stato imposto di non parlare».
“Qui fuit Ausonidum, et tacitis regnavit Amyclis”. È ancora Plinio. Pure Amyclae regnava in silenzio. “Mihi necesse est loqui, nam scio Amiclas tacendo perisse” riporta Servio. La città che morì tacendo.
C’è qualcosa che non va. O i latini hanno fatto confusione o qualcuno, come fa notare Stavros Vlizos, desiderava appropriarsi della storia e delle leggende dell’Amikles greca.
È possibile che qualcuno abbia fatto confusione. Troppe cose coincidono.
Eppure non è detto che gli amiclani della Laconia una volta cacciati dalla loro terra non siano sbarcati sulle coste del Lazio e abbiano ricostruito la loro stessa civiltà. E che con loro abbiano trasmesso alla gente del posto, gli osci e gli ausoni, la loro storia. Però poi anche da qui Amyclae è sparita. Qualcuno ha parlato pure di un tempio di Apollo costruito lungo la via Appia, tra Fondi e Itri. L’ipotesi potrebbe essere che gli amiclani, cacciati dalla piana o dalla costa di Fondi, abbiano deciso di spostarsi verso l’interno. Ed ecco che a Lenola si parla di un secondo tempio dedicato ad Apollo. Sepolto sotto le rovine della chiesa della Madonna del latte, in cima ad un colle. Come ad Amikles, dove sulle rovine del tempio di Apollo era sorta una cappella cristiana.
Io dico che Amyclae esiste.
Una delegazione di archeologi guidati da Stavros Vlizos, che nella sua vita oltre a supervisionare gli scavi al tempio di Apollo amiclano è assistente al direttore del museo Benaki e insegnate universitario tra Corfù e Patrasso, sta progettando il suo viaggio nella terra di Amyclae in Italia. Una sorta di gemellaggio storico-archeologico nel quale gli esperti ricercatori dell’antica civiltà pontina si confronteranno con quelli della “civiltà madre”. Con la speranza di disegnare finalmente i contorni di una leggenda rimasta avvolta per millenni nel più profondo mistero.
E allora saremo noi a dire: «Attenti ai serpenti!»



Pubblicato su Il Territorio del 18 Novembre 2010