lunedì 4 febbraio 2013

L'economia del messaggio dall'inchiostro ai pixel.

Letteratura o matematica. O sei portato per l'uno o per l'altro, ti dicono fin da bambino. Sicché spesso crediamo che chi scrive possa scartare a priori l'altra metà della mela. 
E invece. Parole, frasi e concetti hanno a che fare con la matematica molto più di quanto immaginiamo.

Le care vecchie redazioni giornalistiche sono scandite quotidianamente dai numeri. Ogni pezzo si misura in battute, spazi inclusi. E l'autore deve starci dentro al millimetro. 

Ho passato giornate intere a contare le lettere per farle calzare a pennello. A distillare significati per dirla tutta con poco. A diluire pezzi per quel dannato rigo che mi avanzava.
Intanto mi chiedevo che direzione stesse prendendo l'informazione

Nel frattempo è esploso il web. Blog, social media, microblog. E la faccenda per chi scrive è diventata ancora più complicata.
A vantaggio tuttavia, ne sono convinta, del lettore che può prendere davvero l'essenziale dalle informazioni.

Lo spazio visivo digitale è nettamente diverso da quello cartaceo. Gli occhi scorrono rapidi sui pixel luminosi e hanno bisogno di stimoli, di concetti definiti, senza fronzoli. Di respiri, di spazi aperti.

Entra in gioco anche il tempo, che nel quotidiano non conta molto. Se vado in edicola e compro un giornale all'editore poco importa se lo leggo in 5 o 10 minuti. L'ho pagato, l'importante è che mi soddisfi al punto di decidere di ricomprarlo. 
Se invece mi colpisce un contenuto sul web ogni secondo che passo sulla pagina che lo ospita è oro colato per l'autore. Sicché i numeri da considerare aumentano. E quando va bene è questione di secondi.

Dunque per catturare l'attenzione del mio pubblico dovrò essere chiara, essenziale e accattivante. Almeno per il pubblico interessato alla materia che tratto.

Prendiamo Twitter: che lo voglia o no hai 140 caratteri per dirla tutta. 
Ma nemmeno su Facebook, su un blog l'impresa di trasferire il contenuto di un pezzo scritto per un quotidiano o una rivista riuscirebbe. Sono altri mezzi, veicolano messaggi in maniera completamente diversa.

Per capirlo, noi che abbiamo vissuto il passaggio dal concepimento all'evoluzione dei nuovi media, dobbiamo sperimentarlo. 

Un post su Facebook piace nella formula due righe più foto. Nessuno leggerà mai, a meno che non sia davvero interessato, il contenuto testuale di un link ad un'altra pagina, che sia un blog o un sito di notizie. 
"Proposta shock di Berlusconi: al primo Cdm restituirò l'Imu". 
Al lettore internauta non servono altri fronzoli. Ha le informazioni che gli servono per condividere, commentare e rendere la notizia virale.

Quanto ai blog. Questo articolo, ad esempio, è molto più leggibile se lo condisco con spazi bianchi qua e là, separo piccoli paragrafi, evidenzio alcune frasi in neretto, se permetto all'occhio del lettore di capire subito dov'è che voglio portarlo. 
È un tossico dell'informazione, lui. Ha bisogno della sua dose di significato, non può aspettare troppe parole (anche i concetti hanno una loro unità di misura, una sorta di bit dell'informazione) .

Editoriali, approfondimenti, minestroni, giri di parole, voli pindarici, raramente hanno successo sullo schermo luminoso. A meno che io non sia patita del direttore di una tale testata e decida di leggere quotidianamente quello che racconta. Ma anche lui dovrà essere breve se vorrà continuare ad avere la mia attenzione. Non ci piove. 

Ed è anche giusto che sia così. Se voglio approfondire compro un quotidiano. Che resti un piacere, quello. 

E una volta che siamo soddisfatti della nostra dose di informazione, dopotutto, cosa vogliamo di più? Condividerla

Geniali i social media. Anche in questo. Hanno trasformato in profitto, attraverso dati e numeri, anche il piacere di condividere le informazioni acquisite. 

Una volta ci si alzava al mattino, si prendeva il giornale in edicola, se si voleva far presto si dava un'occhiata ai titoli e poi se ne parlava con gli amici al bar o in ufficio. Anche questo oggi, sul web, diventa profitto. 
Quello che noi abbiamo voglia di raccontare ai nostri amici è monitorato costantemente attraverso numeri, statistiche e capacità "virale". Curioso, no?

E voi, ce l'avete fatta ad arrivare in fondo a questo post?